La Roma e l’arte del farsi male. Dominare è un piacere. Vincere un’altra cosa
Anatomia di una squadra che sa mettere gli avversari alle corde, ma ogni tanto dimentica di saperli tenere lì. Ecco la stagione ai Raggi X
C'è una buona notizia: la Champions è ancora ampiamente alla portata. Dopo quattro giornate la Roma ha 4 punti, occupa il quindicesimo posto e ha quattro partite ancora da disputare. Dodici punti disponibili, dunque. Per arrivare a quota 9 ne servono altri cinque, per toccare quota 10 ne occorrono sei. La zona playoff, che comprende le prime 24, è assolutamente raggiungibile. Non bisogna inventarsi imprese impossibili: basterebbe cominciare a non complicarsi quelle possibili.
C'è però una questione che merita un approfondimento. Questa Roma ha un'identità, un gioco, una capacità di aggredire e mettere in difficoltà chiunque. Eppure, in diverse occasioni, sembra soffrire di improvvise amnesie. Come se, conquistata la vetta, dimenticasse di doverci rimanere. Non è una questione di semplici errori individuali. È qualcosa che riguarda la gestione della partita, le distanze, le coperture, la concentrazione e la capacità di leggere i momenti. Vediamo gli episodi.
FENERBAHÇE-ROMA 1-1
Il vantaggio dura lo spazio di un intervallo
La Roma gioca un buon primo tempo, passa con Cristante e sembra avere trovato le misure per affrontare il ritorno in Champions. Ma bastano tre minuti della ripresa per cambiare lo scenario. Al 48' Archie Brown trova il pareggio.
Da quel momento i giallorossi perdono progressivamente sicurezza. Svilar deve intervenire più volte, Muriqi spreca una grande occasione e nel finale Aké colpisce la traversa.
Non è soltanto una questione di marcature. È la difficoltà di conservare il controllo dopo avere subito un episodio negativo. La Roma sembra incapace di ritrovare immediatamente le distanze e il ritmo del primo tempo. Il Fenerbahçe prende coraggio e finisce per sfiorare la vittoria. Un punto portato a casa, ma anche il primo campanello d'allarme europeo.
ROMA-INTER 2-2
Quando la squadra perde completamente pallone e bussola
La doppietta di Koné, al 6' e al 37', racconta un primo tempo di grande personalità. L'Inter soffre il pressing, fatica a uscire e rischia di capitolare ulteriormente. Eppure, i nerazzurri avevano già mostrato di poter fare male, con Bisseck, Lautaro e Bastoni. La ripresa comincia nel peggiore dei modi: Thuram innesca Lautaro, che accorcia le distanze praticamente subito.
Sull'episodio dell'uscita di Mancini, indicato anche come possibile errore individuale, occorre distinguere le responsabilità. Non basta individuare un pallone perso per spiegare ciò che succede dopo. Il vero problema è che la Roma non riesce a ricompattarsi. L'Inter cresce, prende campo e al 79' trova il definitivo 2-2. Due punti lasciati per strada, ma soprattutto una lezione: non basta giocare un grande primo tempo se poi si consegna all'avversario la possibilità di rientrare immediatamente. Il vantaggio, nel calcio, non è una poltrona sulla quale accomodarsi. È una posizione da difendere.
ROMA-REAL MADRID 3-4
Tre calci d'angolo, tre gol: quando il Bernabéu si trasferisce all'Olimpico
Questa è la partita simbolo delle amnesie romaniste. La Roma conduce 3-1, gioca una gara straordinaria e sembra vicina a una vittoria di prestigio. De Roon e la doppietta di Malen fanno sognare l'Olimpico. Poi arriva l'episodio di Ndicka: il difensore cerca l'uscita palla al piede, perde il possesso e innesca una ripartenza che porta al primo corner della sequenza decisiva. Da quel momento il Real trova una Roma improvvisamente irriconoscibile. Espí all'83', Endrick all'85', Rüdiger al 90'. Tre calci d'angolo, tre reti. La storia la conosciamo e diventa un incubo ricorrente.
Qui l'errore individuale diventa un problema collettivo. Mancano le marcature, la comunicazione, la capacità di proteggere l'area e soprattutto la reazione dopo il primo gol.
Il Real non inventa una formula magica: insiste su una situazione che ha capito essere diventata vulnerabile. La Roma, invece, sembra assistere impotente alla propria caduta. È come costruire una cattedrale e dimenticare di chiudere il portone quando arriva il temporale. Una sconfitta che non cancella settanta minuti eccellenti, ma che racconta quanto ancora manchi sul piano della maturità europea.
NAPOLI-ROMA 3-3
La rimonta è servita, ma il conto non è ancora chiuso
Al Maradona la Roma va sotto 2-0, ma reagisce con grande carattere. Soulé accorcia, Balerdi pareggia al 75'. La partita sembra avere cambiato padrone. Il Napoli arretra, i giallorossi aumentano la pressione e il pareggio sembra poter diventare il trampolino per completare la rimonta. Invece, all'83', McTominay trova il nuovo vantaggio napoletano, nel miglior momento dei giallorossi. Ancora una volta, proprio quando la Roma sembra avere rimesso in equilibrio la situazione, arriva il colpo che rischia di vanificare tutto.
Balerdi pareggia nuovamente all'89'. Qui bisogna riconoscere la grande reazione giallorossa, ma anche distinguere il possesso dal controllo. La Roma ha avuto più pallone e iniziativa, ma il Napoli ha prodotto occasioni pericolose e ha saputo sfruttare gli spazi. È una squadra che sa rimontare, ma deve imparare a proteggere il risultato appena conquistato. Perché non si può ogni volta ricominciare da zero.
ROMA-CAGLIARI 4-2
Obert apre la porta, Maldini entra senza bussare
La Roma passa in svantaggio, rimonta e si porta sul 2-1 con Lulli e Pisilli. La partita sembra sotto controllo, ma il Cagliari non smette di crederci. Gollini deve intervenire in più occasioni e i sardi continuano a trovare spazi. All'81' Obert serve Maldini, che entra in area e firma il 2-2.
È un'azione che merita attenzione: la difesa non riesce a chiudere il corridoio e permette all'avversario di arrivare alla conclusione in una zona pericolosa. Per fortuna, questa volta la Roma reagisce immediatamente. Mora e Malen chiudono la partita.
Ma il problema rimane: una squadra che ambisce a grandi traguardi non può concedersi continuamente il lusso di dover ricostruire ciò che aveva già conquistato. Anche perché non sempre dall'altra parte c'è qualcuno disposto a restituire il favore.
UDINESE-ROMA 2-5
Quattro gol per addormentarsi, due per risvegliarsi
Il primo tempo è quasi un manifesto del calcio di Gasperini. Cristante, Mora, Malen e Ndicka confezionano uno 0-4 che sembra chiudere anticipatamente la pratica. La Roma gioca, crea, colpisce anche due pali. Poi arriva la ripresa. Zaniolo accorcia al 50'. Al 78' Palma firma il 2-4 sugli sviluppi di un pallone rimesso in area dopo una prima respinta difensiva su calcio d'angolo. È proprio questo secondo episodio a interessarci.
La Roma non completa l'azione difensiva: respinge, ma non recupera la posizione, non controlla la seconda palla e permette all'Udinese di ripartire con un nuovo pallone in area. Poco dopo Unai Gómez sfiora addirittura il 3-4.
Gasperini aveva nel frattempo effettuato cambi per preservare alcuni titolari, ma una squadra deve saper mantenere ordine anche quando cambiano gli interpreti. Il 5-2 finale di Ghilardi mette a posto il tabellino. Non cancella una ripresa nella quale la Roma ha concesso all'Udinese una speranza che non avrebbe dovuto avere. Una partita vinta largamente, ma con un insegnamento importante: anche sullo 0-4 bisogna continuare a giocare da squadra.
MANCHESTER UNITED-ROMA 3-2
Old Trafford, gli incubi abitano ancora qui
La Roma gioca un primo tempo bellissimo. Soulé segna all'11', Malen raddoppia al 17' su rigore. Lo United è in difficoltà, Old Trafford rumoreggia e i giallorossi hanno persino le occasioni per chiudere definitivamente la partita. Malen e Rodrigo Mora sfiorano il terzo gol. È un particolare da non trascurare: certe occasioni, contro squadre di questo livello, non sono semplici opportunità. Sono assicurazioni sulla vita. All'intervallo la Roma ha tutto dalla sua parte.
Poi Gasperini sostituisce Rodrigo Mora con Pisilli e la partita cambia progressivamente volto. Lo United aumenta l'intensità, aggredisce con maggiore convinzione e costringe i giallorossi ad abbassarsi.
Al 58' arriva il rigore di Bruno Fernandes, dopo che Vasquez aveva parato la prima esecuzione. L'arbitro fa ripetere perché Cristante è entrato in area anticipatamente. Sul secondo tentativo il portoghese segna. La Roma accusa il colpo. Poco dopo Mbeumo colpisce due volte il palo nella stessa azione. È il segnale che la diga sta cedendo.
Gasperini prova a intervenire, cambia uomini e assetto difensivo, ma la squadra non riesce più a uscire dalla propria metà campo. Lo United insiste anche sui calci d'angolo. All'83' arriva l'episodio decisivo: cross dalla sinistra, Balerdi è nettamente in anticipo, ma manca clamorosamente il pallone. Cunha, che si trova alle sue spalle, ringrazia e firma il 2-2. Tre minuti dopo arriva il sorpasso. Lacey serve Cunha, che trova un destro potentissimo sul primo palo. Vasquez non può nulla. C'è persino l'espulsione di Cunha nel finale, ma la Roma non riesce a sfruttare l'uomo in più. Fine dei giochi.
La cosa più inquietante è la somiglianza con il Real Madrid. Anche a Manchester la Roma aveva costruito una partita importante, anche a Manchester aveva due gol di vantaggio, anche a Manchester ha progressivamente smarrito distanze, lucidità e capacità di reazione. Ma c'è una differenza significativa. Contro il Real il crollo era arrivato attraverso tre calci d'angolo consecutivi. A Old Trafford è arrivato dopo una ripresa nella quale la Roma ha progressivamente rinunciato a giocare. E qui emerge una responsabilità che non può essere soltanto individuale. Perché, quando l'avversario aumenta la pressione, la Roma smette di avere un piano alternativo? O, giriamo la domanda che forse nessuno farebbe: l’avversario aumenta la pressione perché la Roma smette di giocare come richiede la situazione, il momento, la partita? Non si può sempre pretendere di continuare ad attaccare. Ma non si può nemmeno trasformare ogni vantaggio in una strenua difesa della propria area. Il caso Balerdi è emblematico, ma sarebbe riduttivo fermarsi al suo liscio. Prima c'è una squadra che non riesce più a risalire, che concede corner, che perde le seconde palle e che non trova un modo per alleggerire la pressione. È qui che il problema diventa strutturale.
Real Madrid e Manchester United: due grandi occasioni, due vantaggi di due reti, due sconfitte. In entrambi i casi la Roma ha smesso di giocare prima ancora di avere smesso di sperare. E questa, più di qualsiasi errore tecnico, è l'amnesia sulla quale Gasperini deve intervenire. Se l’allenatore riuscirà a far compiere questo salto, dalla squadra che entusiasma (la rimonta con l’Atalanta è lì a ricordarlo) a quella che sa anche comandare, potremmo davvero trovarci davanti a una Roma capace di imprese importanti. E sarebbe bello, una volta tanto, arrivare al novantesimo senza dover chiedere un supplemento di coronarie ai tifosi. Anche perché questa Roma piace. Ha imparato a mettere alle corde gli avversari, adesso deve imparare a non fargli rialzare la testa.