La Roma all'Old Trafford manda in scena il suicidio perfetto
Primo tempo meraviglioso, ripresa da incubo. Il Manchester United recupera due gol e ribalta i giallorossi.
Così fa male. Così fa molto male. Come col Real, forse peggio del Real. Perché ci sono sconfitte che raccontano la forza degli altri e sconfitte che raccontano le tue debolezze. E poi ce ne sono alcune, rarissime e particolarmente crudeli, nelle quali riesci a raccontare entrambe le cose nella stessa notte. Quanto puoi essere forte. E quanto puoi diventare fragile. La Roma di Manchester appartiene a quest’ultima categoria. Per un tempo entra a Old Trafford e sembra non accorgersi neppure di essere a Old Trafford. Gioca, pressa, trova gli uomini tra le linee, porta Soulé dove il Manchester non riesce a prenderlo, manda Mora negli spazi, tiene Malen dentro la partita e soprattutto costringe lo United a pensare. Dopo diciassette minuti è 2-0. Potrebbero diventare tre. Per lunghi tratti sembra quasi più probabile il terzo della Roma che il primo del Manchester.
Poi succede qualcosa. La Roma smette lentamente di giocare la partita che aveva preparato e comincia a giocare quella che aveva paura di perdere. È una differenza enorme. E la Roma torna dal tunnel con in mano il copione del suicidio perfetto. Gasperini aveva disegnato il suo 3-4-2-1 che si allarga ad un 3-4-3 proprio per andare a cercare i punti deboli del 4-2-3-1 di Carrick. Soulé e Mora sono chiamati a stare abbastanza larghi per creare dubbi ma abbastanza dentro per ricevere alle spalle del centrocampo. Malen, davanti, ha il compito di muoversi per impedire ai centrali inglesi di avere un riferimento comodo. Rensch e Wesley sono geometri chiamati a misurare la larghezza. Cristante e De Roon una diga per sostenere la pressione. In teoria erano posizioni. Per quasi tutto il primo tempo diventano territorio.
Soulé è quello che lo occupa meglio. Se Dalot lo segue dentro, lascia spazio fuori. Se non lo segue, l’argentino può ricevere tra le linee. Se esce un centrocampista, si apre qualcosa alle sue spalle. È il calcio di Gasperini nella sua versione migliore: non cerca necessariamente l’uomo libero, cerca di obbligare l’avversario a domandarsi chi debba prenderlo. E quando due giocatori si fanno quella domanda contemporaneamente, la Roma ha già guadagnato mezzo secondo.
Uno-due da brividi
Al 10’ basta. Il compito è perfetto. Mora vede la traccia, Soulé la percorre e con il sinistro batte Lammens sul suo palo, quando un portiere si aspetta il tiro a giro. 0-1. Sette minuti dopo è ancora lui a provocare il fallo di mano di Heaven. Rigore. Malen. 0-2. Diciassette minuti. E per qualche istante Old Trafford sembra diventato un posto normalissimo. Anche l’infortunio di Rensch, sostituito da Lulli, non modifica l’inerzia. È quasi simbolico che dentro una notte del genere finisca proprio il ragazzo che pochi mesi prima sembrava destinato a crescere altrove e che Gasperini ha invece deciso di trattenere, trasformandolo progressivamente in un giocatore della prima squadra. Entra senza preavviso, dentro Old Trafford, e la Roma continua a comportarsi come se quella partita le appartenesse.
Malen tiene occupata la difesa, Mora trova spazio alle spalle del primo pressing, Soulé continua a essere il rebus che lo United non risolve. Al 39’ proprio Soulé inventa un filtrante per Mora e Yoro evita quello che avrebbe potuto essere il colpo definitivo. Lo 0-3 non arriva. Sembra un dettaglio. Non lo è. Perché la partita che nel primo tempo sembra avere un padrone, nella ripresa comincia lentamente a cambiare proprietario. Esce Mora, entra Pisilli. Baleba si fa male, Carrick inserisce Tielemans. Ma non sono semplicemente i cambi a modificare Manchester United-Roma. Cambiano le distanze. Cambia il coraggio. Cambia soprattutto la direzione nella quale corre la Roma. Per quarantacinque minuti aveva corso verso Lammens. Adesso comincia a correre verso Vasquez.
Dove cambia tutto
Qualche metro alla volta. Soulé riceve più lontano dalla porta. Malen rimane più isolato. Gli esterni sono costretti a preoccuparsi prima di ciò che hanno alle spalle e poi di quello che potrebbero fare davanti. Bruno Fernandes può avvicinarsi all’area. Cunha, soprattutto, comincia finalmente a trovare lo spazio che nel primo tempo gli era stato tolto. Al 55’ Mancini interviene su Cunha e l’arbitro indica il dischetto. Fernandes calcia, Vasquez para e per un istante sembra quasi la firma sulla serata perfetta. Poi arriva la notizia che nessuno in giallorosso vorrebbe sentire: Cristante è entrato troppo presto in area, il rigore va ripetuto. Fernandes torna lì e segna. 1-2.
Il gol cambia il risultato di una cifra, ma modifica la partita molto di più. Perché improvvisamente Old Trafford si ricorda di essere Old Trafford e alza i decibel. Lo United si ricorda di essere il Manchester United. E la Roma, forse, comincia a ricordarsi entrambe le cose. Quattro minuti dopo Mbeumo si presenta davanti a Vasquez e prende due pali nella stessa azione. Pensi che una conclusione così che non diventa gol sia premonitrice. È salvo il risultato, non il messaggio perché quello che la Roma interpreta male è assolutamente sbagliato. Perché il problema non sono quei pali. Il problema è come Mbeumo sia riuscito ad arrivare lì.
Ed eccoci al cuore della notte di Manchester. Il calcio di Gasperini vive di responsabilità, duelli e distanze. È un allenatore che ha costruito gran parte della propria storia aggiungendo ai giocatori un compito, una posizione o una responsabilità che prima non avevano. Quando il meccanismo gira, l’avversario sente il campo restringersi. Riceve e trova qualcuno addosso. Supera un uomo e ne incontra un altro. Quando invece salta la prima pressione e la copertura arriva un istante troppo tardi, il fenomeno si rovescia. Il campo si allunga. Gli spazi diventano enormi. Era successo con il Real Madrid, si ripeterà adesso?
Le solite amnesie
Nel primo tempo la Roma arriva prima sul pallone. Nella ripresa comincia ad arrivare dopo. Gasperini prova a cambiare uomini. Entrano Ndicka e Ghilardi per Hermoso e Mancini, poi Castro prende il posto di Malen. Ma ormai il problema non riguarda più soltanto chi è in campo. Riguarda quello che sta succedendo alla squadra. La Roma ha perso il comando emotivo della partita. Ed è qui che comincia il suicidio perfetto. All’83’ Balerdi (il migliore in campo per distacco fino a quel momento) liscia il pallone e Cunha fa 2-2. L’errore è enorme. Individuale, evidente, impossibile da nascondere. Ma sarebbe troppo semplice chiudere l’analisi lì, perché gli errori dei singoli non nascono necessariamente dagli errori della squadra, ma diventano molto più pericolosi quando la squadra non ha più margine per assorbirli.
La Roma da diversi minuti non riesce più a spingere indietro il Manchester. Non tiene il pallone, non spezza il ritmo, non costringe lo United a ricominciare. E sul 2-2 dovrebbe fare la cosa più semplice del mondo. Fermarsi. Respirare. Tenere un pallone trenta secondi. Fare un fallo cinquanta metri più avanti. Costringere Old Trafford a sedersi di nuovo. Magari anche accettare che una partita vinta per ottanta minuti possa essere pareggiata. Non ci riesce. Passano meno di tre minuti e arriva di nuovo Cunha. Il Manchester attacca, la Roma non riesce a ricomporsi, il brasiliano trova il destro. 3-2. Centocinquanta secondi, più o meno. Il tempo necessario per rimettere il pallone al centro e capire che la tua notte perfetta si è trasformata in un incubo. Il suicidio perfetto è servito.
Ed è qui che questa sconfitta diventa forse più dolorosa di quella con il Real. Perché una grande squadra che ti batte può mostrarti quanto ti manca. Un Manchester ferito, che la Roma aveva dominato e portato sullo 0-2, mostra invece quanto avevi già conquistato e quanto velocemente puoi perderlo. Balerdi sbaglia. Mancini provoca il rigore. Cristante entra prima del tempo sul penalty parato da Vasquez. I cambi non riescono a restituire alla Roma il controllo. Tutto vero. Ma la storia della partita è più larga. La Roma perde di testa prima ancora che di gambe. Smette progressivamente di fare ciò che l’ha resa resa superiore per lunghi tratti della gara. Nel primo tempo Soulé riceve guardando la porta. Nella ripresa riceve spesso cercando prima di proteggere il pallone. Nel primo tempo Malen costringe i difensori del Manchester a correre verso Lammens. Nel secondo è la Roma a correre verso Vasquez. Prima sono gli inglesi a chiedersi come uscire dalla pressione giallorossa. Poi sono i giallorossi a chiedersi come uscire da Old Trafford.
Il campo si è girato.
E con il campo si è girata la partita. Per questo Manchester non dice soltanto che la Roma deve crescere. Dice qualcosa di persino più interessante: dice che questa squadra possiede già abbastanza qualità per andare a Old Trafford e prendere a pallonate il Manchester per un tempo. La vera crescita necessaria è un’altra. Imparare a sopravvivere al momento nel quale una partita smette di assomigliare a quella che avevi preparato. Una grande squadra non è soltanto quella che sa dominare. È quella che riconosce il momento in cui non può più farlo e trova comunque il modo di non morire. Old Trafford illumina quello che questa Roma è già capace di fare e, contemporaneamente, quello che ancora non sa fare. Sa andare sullo 0-2 a Manchester. Deve imparare a restarci. Sa dominare. Deve imparare a soffrire senza perdere la propria identità. Sa costruire una partita quasi perfetta. Deve imparare a non distruggerla. Perché fino all’83’ la Roma accarezza qualcosa che non aveva mai fatto: conquistare Old Trafford. Poi arrivano Cunha, gli errori, la paura, altri spazi, un altro Cunha. Ma prima ancora quel copione in mano all'uscita dal tunnel del secondo tempo: il suicidio perfetto, rinunciando a giocare. Ecco, chi scrive - presentando la partita - aveva sottolineato la necessità di questa Roma di leggere e interpretare i momenti. Invece questo è stato l'errore più grande di una squadra il cui principale interrogativo non è se riuscirà a superare il turno, ma se riuscirà a superare i suoi limiti e rimanere centrata sulla partita. Perché stasera c'era il Manchester, ma potrà capitare con un Cagliari o un'Udinese qualsiasi. Perché passare dal dominio alla corretta gestione non è solo un esercizio di respirazione. Ed è così che la notte cambia padrone. Il calcio qualche volta impiega novanta minuti per costruire un capolavoro. Alla Roma, a Manchester, ne sono bastati meno di tre per trasformarlo nel suicidio perfetto.
IL TABELLINO
Manchester United (4-2-3-1): Lammens; Yoro, Maguire, Heaven (dal 74’ Martinez), Dalot; Baleba (dal 51’ Tielemans), Mainoo; Diallo (dal 74’ Lacey), Bruno Fernandes, Mbeumo; Cunha. All. Carrick.
Roma (3-4-2-1): Vasquez; Balerdi, Mancini (dal 74’ Ghilardi), Hermoso (dal 74’ Ndicka); Rensch (dal 22’ Lulli), Cristante, De Roon, Wesley; Soulé, Mora (dal 46’ Pisilli); Malen (dal 78’ Castro). All. Gasperini.
Marcatori: 10’ Soulé (R), 17’ Malen rig. (R), 57’ Bruno Fernandes rig. (MU), 83’ e 86’ Cunha (MU).
Ammoniti: Soulé e Bruno Fernandes per scorrettezze reciproche, Lulli e Malen. Cunha viene ammonito per essersi tolto la maglia dopo il 3-2 e viene espulso per doppia ammonizione.
Arbitro: Jesús Gil Manzano (Spagna). Assistenti: Guadalupe Porras Ayuso e Diego Barbero. IV uomo: Juan Martínez Munuera. VAR: Carlos del Cerro Grande. AVAR: Guillermo Cuadra Fernández.
Note: Vasquez para al 57’ il primo rigore di Bruno Fernandes, fatto ripetere per l’ingresso anticipato di Cristante in area; nella seconda esecuzione Fernandes segna. Al 59’ doppio palo di Mbeumo.