Tirana è per sempre
Mourinho torna a Roma. E certi amori sanno ancora la strada e i luoghi
Ci sono posti nei quali non torni mai da solo, anche quando arrivi senza nessuno accanto. Ti accompagnano le persone che eri, le parole che hai detto e quelle che hai tenuto dentro perché pensavi che ci sarebbe stata un’altra occasione. Ti accompagnano certe fotografie che non guardi più, una risata della quale hai dimenticato il motivo, una notte in cui hai telefonato a qualcuno soltanto per dire: «Hai visto?».
Roma, per José Mourinho, potrebbe essere uno di quei posti. Domani tornerà all’Olimpico. Questa volta entrerà nello spogliatoio degli altri, si siederà sulla panchina avversaria e farà tutto quello che può per battere la Roma. È il suo lavoro. E Mourinho non ha mai saputo farlo a metà. Poi, però, esiste tutto il resto. Quello che non entra nella distinta, che non puoi disegnare sulla lavagna, che comincia quando un uomo alza gli occhi verso una tribuna e migliaia di persone ricordano la stessa cosa in modi completamente diversi.
L’ABBRACCIO PRIMA DELLA STORIA
Bisognerebbe tornare al 2 luglio 2021, a Ciampino. Faceva caldo, come sa fare caldo a Roma quando l’estate è appena cominciata e sembra già stanca. Migliaia di romanisti aspettavano un allenatore che non aveva ancora diretto un allenamento, scelto una formazione o vinto una partita. Non aveva fatto nulla per la Roma. Eppure era già dentro un abbraccio enorme.
Ci sono incontri che cominciano così. Senza meriti da esibire e senza garanzie. Qualcuno arriva e tu decidi di credergli prima ancora che abbia mantenuto una promessa. Forse quei romanisti non cercavano soltanto un allenatore. Cercavano qualcuno capace di guardarli e dire che sì, anche la Roma poteva sentirsi grande. Cercavano un sogno, probabilmente. O forse soltanto il permesso di ricominciare a sognare.
Mourinho riceve qualcosa che nel calcio arriva quasi sempre dopo: l’amore. Lo riceve prima dei risultati, delle vittorie e delle inevitabili delusioni. Come quando qualcuno ti consegna le chiavi di casa e ti dice: «Entra», senza sapere ancora quanto resterai.
TIRANA NON SI RACCONTA
Il 25 maggio 2022 la Roma vince la Conference League. Nicolò Zaniolo segna, l’arbitro fischia, Mourinho piange. E Roma, per qualche ora, dimentica tutto il resto.
Ognuno conserva quella notte in un punto diverso della memoria. C’è chi era sul divano con suo padre e non ricorda nemmeno cosa gli disse, ma ricorda l’abbraccio. C’è chi ha chiamato un amico che non sentiva da mesi. C’è chi avrebbe voluto chiamare una persona che non c’era più e, per un istante, forse lo ha fatto lo stesso. La coppa era una. Le storie erano migliaia.
È questo che fanno le vittorie quando arrivano dopo essere state aspettate a lungo. Non rimangono sul campo. Entrano nelle case, attraversano le strade, finiscono dentro le vite. Il giorno dopo qualcuno è andato al lavoro senza voce. Qualcun altro conserva un biglietto, una fotografia sfocata, una maglia che non avrebbe più lavato. Piccole sciocchezze. Cose serissime.
Mourinho era al centro di quella notte, naturalmente. Ma quella felicità non era più sua. Apparteneva a Roma, ai romanisti, a chi aveva aspettato, sofferto e continuato a esserci. Per questo Tirana non ha bisogno di essere spiegata. I ricordi più importanti chiedono soltanto di essere riconosciuti.
VOLER BENE NON SIGNIFICA DIMENTICARE
Poi le storie cambiano. A volte lentamente. A volte in una mattina di gennaio. Mourinho lascia la Roma dopo un esonero. Il rapporto con la società si era consumato. C’erano state sconfitte, nervosismi, incomprensioni. Alcune sue scelte avevano diviso, alcune parole avevano lasciato ferite. Sarebbe comodo cancellare tutto questo. Ma sarebbe anche poco vero.
L’amore non è un comunicato ufficiale. Non puoi scrivere una riga e dichiararlo concluso. Non puoi mettere da una parte le vittorie, dall’altra le sconfitte e aspettare che una calcolatrice ti dica che cosa hai provato. Si può essere delusi e riconoscenti nello stesso momento. Si può pensare che un finale sia stato sbagliato senza desiderare che tutto ciò che lo ha preceduto non sia mai accaduto.
Capita anche nella vita. Ci sono persone con le quali non prenderemmo più neppure un caffè, eppure ricordiamo ancora il tavolo al quale ci siamo seduti la prima volta. Persone alle quali non affideremmo il nostro presente, ma che hanno ancora una stanza nel nostro passato. Non perché siano state perfette. Perché sono state importanti.
Mourinho ha detto che Roma resterà per sempre casa sua. Forse è una frase. Forse è molto di più. In fondo, casa non è sempre il posto nel quale abitiamo. Qualche volta è il luogo nel quale siamo stati amati in un modo che non ci è più capitato. Anche se poi siamo andati via male. Anche se abbiamo sbattuto la porta. Anche se, tornando, dobbiamo suonare il campanello.
DOMANI BASTERÀ UN ISTANTE
Domani Mourinho tornerà all’Olimpico da avversario. Ci sarà chi lo applaudirà, chi resterà seduto e chi penserà che il calcio sia andato avanti. Ci sarà anche chi sentirà il suo nome e tornerà per un istante a Tirana, alla corsa di Zaniolo, a quel pallone che sfonda la porta, a una telefonata fatta nel cuore della notte.
Nessuno proverà esattamente la stessa cosa. Ed è giusto. L’amore non è un obbligo. Ognuno conserva i ricordi come può. C’è chi li espone in salotto e chi li chiude in un cassetto. Ma anche nei cassetti, qualche volta, le cose continuano a vivere.
Poi inizierà la partita. Ci saranno contrasti, proteste, occasioni. Mourinho cercherà di vincere e la Roma cercherà di batterlo. Per novanta minuti il calcio pretenderà di essere la cosa più importante del mondo. Lo fa sempre. E spesso gli crediamo.
Prima, forse, basterà uno sguardo. Un uomo fermerà gli occhi sulle tribune. Uno stadio riconoscerà un volto che un tempo apparteneva alle sue domeniche. Migliaia di persone ricorderanno non soltanto lui, ma la propria vita di allora: dove erano, con chi erano, chi non c’è più.
È questa la parte che non entra nel tabellino. Il risultato dirà chi ha vinto la partita. Non potrà misurare l’abbraccio di Ciampino, le lacrime di Tirana o le ferite dell’addio. Ci sono cose per le quali non esiste statistica.
Mourinho domani sarà un avversario. Ma prima è stato uno di noi. E certe storie non devono ricominciare per dimostrare di essere state vere. Basta incontrarsi di nuovo. Basta riconoscersi.
Poi il tempo riprende a camminare, l’arbitro fischia e il pallone torna al centro del campo. Ma Tirana resta dov’è. Dentro una fotografia. Dentro una telefonata. Dentro l’abbraccio dato a qualcuno nella notte in cui Roma tornò a vincere.
Perché certi amori finiscono. E poi, in qualche modo, continuano.
Per questo Tirana è per sempre.