Ingresso tifosi (photo Bertea)
Ingresso tifosi (photo Bertea)

La sveglia suona quando Roma dorme ancora. In cucina qualcuno prepara il caffè, qualcun altro infila nello zaino una sciarpa e controlla per l’ennesima volta il biglietto sul telefono. In macchina finiscono bottigliette d’acqua, panini avvolti nella stagnola, un thermos e qualche snack per il viaggio. Al bar dell’autogrill ci sarà poi il Camogli, quello che si mangia a un’ora in cui normalmente nessuno dovrebbe avere voglia di mangiare un Camogli.

Per i pullman è un’altra storia. Il motore è già acceso, il diesel riempie l’aria fredda del parcheggio e, accanto alla porta, qualcuno arriva con un sacchetto ancora caldo: bombe alla crema appena sfornate, il profumo dolce che si mescola al gasolio mentre Roma comincia appena a svegliarsi.

A quell’ora partono tutti: uomini e donne, ragazzi alla prima trasferta e settantenni che ormai conoscono a memoria le autostrade d’Italia, padri e madri con i figli, gruppi di amici, coppie, tifosi che viaggiano da soli e dopo mezz’ora hanno già trovato qualcuno con cui parlare. Cambiano l’età, il lavoro, il modo di viaggiare, persino il rapporto con la squadra. Non cambia il gesto: partire per la Roma.

È una cosa che il romanista conosce bene. Non importa se il lunedì mattina bisogna tornare in ufficio, a scuola, in negozio o semplicemente alla vita di tutti i giorni. Per qualche ora esiste un’altra agenda. Quella della partita.

Ingresso tifosi (photo Bertea)

E dentro quella partenza torna anche qualcosa dell’infanzia. Quello che aspettava la domenica per andare allo stadio con il padre. Quella bambina che imparava i nomi dei giocatori prima ancora delle tabelline. Quello che oggi ha sessant’anni e conserva ancora in un cassetto un biglietto sgualcito di una trasferta lontana, con l’inchiostro quasi cancellato e una data che ormai dice più di una fotografia.

C’è sempre un oggetto che sopravvive al viaggio: un biglietto, una sciarpa, una fotografia scattata davanti a uno stadio. Ma la memoria conserva soprattutto il contorno: la stazione all’alba, il pullman, il Camogli dell’autogrill, il caffè preso in piedi, il panino mangiato in macchina, la voce persa durante la partita. La partita dura novanta minuti. Il viaggio, invece, è tutta un’altra storia.

Il calcio è una faccenda irrazionale

Il calcio è questo: una faccenda irrazionale. E il romanista, in questa faccenda, ha sempre avuto una specializzazione particolare: partire. Torino, Milano, Napoli, Lecce. Una finale, una partita inutile, una partita che vale tutto. Si parte quando piove, quando costa troppo, quando il giorno dopo si lavora. Perché la Roma si segue.

Oggi, però, prima di partire bisogna leggere il regolamento. E qualche volta anche la geografia. Il viaggio non comincia più soltanto quando si chiude la porta di casa: può cominciare davanti a una schermata, con un dito fermo sul mouse e una domanda che fino a qualche anno fa sarebbe sembrata assurda: posso davvero comprare questo biglietto?

È il punto di partenza di un viaggio dentro la galassia del popolo giallorosso alle prese con le stramberie di un calcio che deve fare i conti con la sicurezza, con le restrizioni e con una quantità crescente di regole. Non necessariamente una storia di diritti negati, e nemmeno una lamentazione. Piuttosto il racconto di come una trasferta, gesto spontaneo per definizione, sia diventata una faccenda nella quale entrano residenza, Fidelity Card, parcheggi obbligatori, navette, documenti, orari e perfino le dimensioni della borsa. Così, partiamo da una cifra.

Sessantottomilacentoquarantacinque

Cominciamo dai numeri. Perché il romanzo del tifoso romanista non può essere raccontato senza i numeri. Sono la parte razionale di una storia che razionale non è. Nella stagione 2024/25 la Roma porta all’Olimpico 1.606.119 spettatori complessivi, con il 94% dei posti occupati e il 99% considerando esclusivamente i settori destinati ai romanisti. Il 40% del pubblico ha meno di 25 anni, il 16% meno di 16. Poi c’è quel numero che sembra una targa, quasi un codice fiscale dell’amore romanista: 68.145. Sono gli spettatori di Roma-Milan del 18 maggio 2025, il record di presenze all’Olimpico con l’attuale capienza. Sessantottomilacentoquarantacinque persone. Sessantottomilacentoquarantacinque storie. Sessantottomilacentoquarantacinque modi diversi di dire la stessa cosa. Roma.

E non è finita. Per il terzo anno consecutivo la Roma ha portato la propria campagna abbonamenti a quota 40 mila. Nel 2024/25 furono esattamente 40.000 gli abbonati, mentre nel 2025/26 il traguardo è stato nuovamente raggiunto in appena due settimane, con circa il 94% di rinnovi. Anche per il 2026/27 il tetto fissato dalla società è ancora quello dei 40 mila abbonamenti, nel percorso verso il centenario del club.

Quarantamila persone che, prima ancora di sapere come finirà la stagione, hanno già deciso dove stare. È una fotografia potente del rapporto fra la Roma e la sua gente. Ma è proprio quando la Roma lascia l’Olimpico che il numero diventa una domanda: quanti di quei tifosi sono disposti a prendere un treno, un pullman, un aereo o un’autostrada per seguirla altrove? E qui comincia la parte più curiosa della storia.

Quando la colpa viaggia in pullman

Nel gennaio 2026 il Ministero dell’Interno dispone il divieto delle trasferte per i tifosi di Roma e Fiorentina fino alla fine del campionato, dopo gli scontri del 18 gennaio sulla A1, nella zona di Bologna. Circa duecento persone sono coinvolte negli episodi, con tifosi romanisti diretti a Torino e fiorentini diretti a Bologna. Non è una rissa davanti allo stadio. È una rissa sull’autostrada: macchine ferme sulla corsia d’emergenza, persone scese dai mezzi, volti coperti, caschi, mazze, spranghe e martelli. Per qualche minuto l’autostrada smette di essere una strada e diventa un altro luogo.

La sicurezza viene prima del calcio. Questo è il punto dal quale non si può prescindere. Ma il caso apre una questione più ampia: dove finisce la responsabilità individuale e dove comincia quella collettiva? Il provvedimento riguarda un’intera tifoseria e arriva davanti alla giustizia amministrativa. Il TAR del Lazio, nel febbraio 2026, conferma sostanzialmente il divieto per i residenti nella provincia di Roma, accogliendo invece il rilievo relativo agli altri residenti nelle province del Lazio.

C’è un dettaglio quasi surreale nella vicenda: gli scontri avvengono tra tifosi mentre le rispettive squadre sono dirette verso città diverse. La Roma va a Torino. La Fiorentina a Bologna. La partita è altrove, ma la trasferta, quella domenica, si incrocia in mezzo alla strada.

È una delle contraddizioni del calcio contemporaneo: il luogo della partita non coincide più necessariamente con il luogo nel quale si pone il problema della sicurezza.

La residenza diventa una frontiera

Ed ecco la nuova geografia del tifo. Non più soltanto: «Hai il biglietto?». Ma anche: «Dove abiti?» Per Udinese-Roma del 2 febbraio 2026 i residenti nel Lazio non possono acquistare i biglietti. Per Napoli-Roma del 15 febbraio, ancora, niente settore ospiti ai residenti nella regione Lazio. Per Bologna-Roma, a marzo, il divieto riguarda i residenti nella provincia di Roma. E a settembre arriva Torino-Roma: divieto assoluto di vendita ai residenti nel Lazio in tutti i settori, con l’eccezione del settore ospiti per i possessori della Fidelity Card AS Roma, ma con esclusione dei residenti nella provincia di Roma.

Non è una frontiera vera, naturalmente. Non c’è una sbarra sull’autostrada e nessuno ferma la macchina perché arriva da Roma. La frontiera compare sul sito di vendita, nel momento in cui inserisci i dati e scopri che il tuo indirizzo può diventare decisivo.

E poi ci sono le dimensioni. All’interno di alcuni stadi non sono previste borse oltre il formato A4. Un foglio A4. Ventuno centimetri per 29,7. È una delle immagini più curiose di questo nuovo calcio: una tifoseria capace di riempire un Olimpico deve, al momento dei controlli, dimostrare di sapersi restringere dentro un rettangolo di carta.

La misura della passione non è naturalmente quella. Ma la scena racconta bene la trasformazione: il tifoso che una volta pensava soltanto a dove parcheggiare e a che ora partire oggi deve sapere anche che cosa può mettere nello zaino.

La partita che comincia sul sito dei biglietti

Un tempo la trasferta cominciava alla stazione Termini. O al casello. O nel parcheggio di un bar alle cinque del mattino, quando Roma dormiva ancora e il pullman aveva già acceso i motori, con il diesel che si mischiava con il profumo delle bombe alla crema appena sfornate.

Adesso qualche trasferta comincia molto prima: davanti a uno schermo. Prima bisogna capire se si può comprare. Poi se si può comprare nel settore ospiti. Poi se serve la Fidelity Card. Poi se la propria residenza consente l’acquisto. Poi bisogna avere il documento. Poi il biglietto. Poi, eventualmente, il percorso stabilito dalle autorità.

Il tifoso non è più soltanto spettatore. È diventato, suo malgrado, un piccolo esperto di biglietteria, logistica e ordine pubblico. Un commercialista della passione, costretto a conoscere scadenze, modalità di vendita, documenti e condizioni di accesso.

A Bergamo, per Atalanta-Roma del gennaio scorso, il settore ospiti era esaurito: oltre 1.500 romanisti avrebbero seguito la squadra. Ma anche qui la trasferta aveva il suo manuale d’istruzioni. L’auto doveva essere lasciata nel parcheggio dedicato alla tifoseria ospite e la sosta lì era obbligatoria; da quel punto partiva la navetta per il settore ospiti.

È un dettaglio apparentemente minimo, ma racconta il cambiamento meglio di molte ordinanze. La vecchia trasferta aveva dentro una certa dose di improvvisazione: si partiva, ci si arrangiava, si cercava un parcheggio. Adesso persino la macchina può avere un posto assegnato. E la Roma, nel frattempo, gioca.

Istanbul: il romanista invisibile

Poi arriva la scena più surreale. Istanbul. Champions League. Una città enorme, due continenti, il Bosforo, il Fenerbahçe, una notte europea. La Roma torna a sentire il proprio popolo lontano da casa. Sono 664 i romanisti presenti al Fenerbahçe il 10 settembre 2026, ma la festa ha una sceneggiatura precisa.

Il punto d’incontro è Sultanahmet. L’appuntamento è alle 14.45. Sultanahmet profuma di caffè tostato, spezie e pane al sesamo, mentre dal Bosforo arriva una lama di salsedine che attraversa le strade della città vecchia. La partenza delle navette è alle 15.45. Lo stadio si raggiunge obbligatoriamente con il servizio predisposto. Non è consentito andarci individualmente. All’arrivo, dopo circa 45 minuti di autobus, ci sono i controlli di sicurezza. E anche qui torna il foglio A4: non sono ammesse borse più grandi.

Poi c’è la frase che sembra uscita da un romanzo: fuori dal settore ospiti viene raccomandato di non indossare sciarpe o maglie della Roma.

È difficile trovare una fotografia più precisa delle contraddizioni del tifo contemporaneo. Il romanista è arrivato a Istanbul, ha attraversato il mare, pagato viaggio e albergo, organizzato la giornata e raggiunto Sultanahmet. Ma per una parte del percorso è consigliabile che non sembri troppo romanista.

Non è una questione di vittimismo. È semplicemente una situazione che, raccontata così com’è, contiene già la sua dose di assurdità.

Una maglia, un parcheggio e un foglio A4

La maglia è il modo più semplice per dichiarare un’appartenenza. Il parcheggio obbligatorio, invece, è il modo più semplice per capire quanto sia cambiata la trasferta. In mezzo c’è il foglio A4, che sembra quasi la misura perfetta di questo calcio: enorme nella passione, minuzioso nelle regole.

Puoi cantare, ma nel posto giusto. Puoi esultare, ma nel settore giusto. Puoi arrivare allo stadio, ma attraverso il percorso stabilito. Puoi portare una borsa, purché non superi una certa misura. Puoi acquistare il biglietto, ma soltanto se la tua residenza e la tua tessera corrispondono alle condizioni previste.

E il prossimo capitolo è già scritto nel calendario. Domenica 11 ottobre la Roma va a Como, calcio d’inizio alle 12.30. Il settore ospiti del Sinigaglia è riservato ai possessori della AS Roma Card; la vendita termina alle 19 del 10 ottobre e il giorno della partita non sarà possibile acquistare il biglietto allo stadio.

Como, con il suo stadio incastrato fra la città e il lago, è una trasferta quasi cinematografica. Ma il romanista la vedrà prima sul sito di vendita, poi sul calendario, poi sul navigatore. Dopo Como arriveranno Napoli, Udine e Parma. In mezzo, la Champions porterà la Roma a Manchester e poi a Parigi.

E anche Old Trafford ha il suo piccolo paradosso burocratico: prima ancora del biglietto arriva un voucher, che non costituisce titolo d’accesso. Il biglietto vero e proprio arriverà successivamente, in formato mobile NFC; per l’acquisto vengono raccolti dati che saranno trasmessi alle autorità italiane e britanniche per motivi di ordine pubblico.

Una volta si comprava il biglietto e si partiva. Adesso, qualche volta, si compra prima il diritto a ricevere il biglietto. Eppure loro continuano

È questa la parte che rischia di perdersi se si raccontano soltanto divieti e limitazioni. Il romanista non è soltanto quello che deve verificare una residenza o infilare una borsa dentro un A4. È quello che continua a comprare l’abbonamento, a riempire l’Olimpico, a portare il figlio, la figlia, il nipote, a organizzare una trasferta.

Nel 2025, 1.561.950 volte i tifosi passano attraverso i tornelli dell’Olimpico. Quindici dei 76 sold-out ottenuti dall’attuale proprietà arrivano proprio in quell’anno. Non è soltanto statistica. È il racconto di una città che, quando sente la Roma, si muove.

E dentro quel numero ci sono generazioni diverse. C’è chi ha cominciato con Falcão, chi ha vissuto Totti, e chi conosce soltanto Dybala. C’è chi porta la figlia allo stadio per la prima volta e chi parte con gli amici da quarant’anni. C’è il ragazzo che deve ancora imparare la strada per l’Olimpico e c’è la signora che quella strada la conosce a memoria. C’è chi ha vent’anni e considera la trasferta un’avventura e chi ne ha settanta e continua a partire con la stessa puntualità di sempre. Non fanno tutti rumore allo stesso modo. Ma fanno tutti parte della stessa fotografia.

La trasferta come patrimonio immateriale

Per qualche partita, nel 2026, la fotografia è stata quella di un settore ospiti vuoto. Dalla televisione quasi non si nota. Dal campo sì. Manca il coro, manca il boato dopo un gol, manca quel silenzio particolare che soltanto chi è stato in trasferta conosce dopo una sconfitta. Il settore ospiti non è soltanto una fila di seggiolini: è una parte del suono della partita.

E qui il racconto torna al punto di partenza. Perché il tifoso che parte non porta con sé soltanto un biglietto. Porta una piccola liturgia: l’orario della partenza, il panino preparato a casa, il caffè dell’autogrill, il Camogli mangiato alle sette del mattino, le briciole sul sedile, la strada, la stazione, la fotografia davanti allo stadio. Sono cose che non compaiono nei regolamenti e che non hanno un valore amministrativo, ma che finiscono per diventare la parte più resistente della memoria.

Il ragazzo che vede per la prima volta la Roma fuori dall’Olimpico probabilmente non ricorderà il parcheggio né l’orario della navetta. Ricorderà di esserci stato. La bambina che parte con il padre o con la madre magari non ricorderà il risultato, ma conserverà il viaggio. Il settantenne che continua a partire, invece, forse conosce già tutti gli autogrill della A1 e sa esattamente dove fermarsi per il caffè.

Il calcio deve fare i conti con la sicurezza, e le regole nascono anche da episodi concreti. Ma nello stesso tempo resta curioso osservare come un gesto elementare - andare a vedere la propria squadra - sia diventato un piccolo percorso fatto di tessere, residenze, voucher, parcheggi, navette e misure delle borse.

Alla fine, la fotografia più efficace resta proprio quella del foglio A4. Da una parte ci sono gli stadi da 68 mila persone, i 40 mila abbonati, i pullman che partono nella notte e le città europee da raggiungere. Dall’altra c’è un rettangolo di carta dentro il quale deve stare uno zaino. È una sproporzione quasi comica. Ed è anche il segno di quanto sia cambiato il modo di vivere il calcio.

Tifosi giallorossi a Bodo per la partita di Conference League (photo Bertea)

Il romanista continuerà a controllare il documento, la tessera, il biglietto, l’orario del treno e magari anche le dimensioni della borsa. Poi partirà. A Como, a Napoli, a Manchester, a Parigi. Partirà una ragazza di vent’anni e partirà un uomo che ne ha settanta. Partirà un padre con il figlio, una madre con la figlia, un gruppo di amici, una coppia, qualcuno da solo che troverà compagnia appena entrerà nel settore.

E quando arriverà davanti allo stadio resterà la parte che nessun regolamento riesce davvero a organizzare: l’attesa, l’incontro, la voce, il colore, il viaggio che finalmente trova la sua destinazione.

Perché si possono stabilire le strade, i parcheggi, le navette, le tessere, le residenze, le dimensioni delle borse. Si può decidere chi entra, da quale cancello e a quale ora. Si può persino chiedere a una maglia di aspettare nello zaino fino al momento giusto.

Ma c’è qualcosa che non si può mettere in un regolamento. È quella cosa che fa partire una macchina nel buio, che mette insieme un thermos di caffè e un panino avvolto nella stagnola, che fa attraversare un Paese per novanta minuti, che trasforma uno sconosciuto seduto accanto a te in qualcuno con cui abbracciarti dopo un gol.

È la parte irrazionale del calcio.

Quella che non si misura, non si registra, non si parcheggia e non si può chiudere dentro un foglio A4. Quella che, prima ancora che cominci la partita, ha già acceso il motore. E che ogni volta, ostinata e bellissima, rimette la Roma in viaggio.


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