Como-Roma e il coraggio di don Abbondio che oggi finisce al VAR
Negli ultimi anni questa partita non è mai stata banale. E neanche oggi. Sul Lago il sequel dei Promessi Sposi
C’è un Don Abbondio in ogni storia in cui il coraggio di decidere arriva puntualmente in ritardo. E se Alessandro Manzoni avesse potuto assistere a Como-Roma, forse avrebbe trovato materiale per un nuovo capitolo dei Promessi sposi. Non tanto per i protagonisti in campo, quanto per il campionario di fischi mancati, cartellini dimenticati, interpretazioni variabili e compensazioni che ha trasformato una partita di calcio in un romanzo a puntate.
Il curato di Renzo e Lucia, del resto, non era nato con un cuor di leone. Davanti ai bravi, preferiva scansare il problema piuttosto che affrontarlo. Nel calcio, naturalmente, nessuno brandisce minacce nei corridoi e nessun arbitro deve temere i bravi di Don Rodrigo. Ma quando arriva il momento di prendere una decisione scomoda, il dubbio è sempre lo stesso: assumersi la responsabilità di un fischio oppure rifugiarsi nella prudenza del non fischio?
Poi ci sono i bravi del piccolo schermo, quelli che non hanno bisogno di spada perché dispongono di replay, fermo immagine e moviole al rallentatore. Loro una spiegazione la trovano sempre: per ciò che è stato fischiato, per ciò che non lo è stato e persino per ciò che, qualche minuto dopo, sembra contraddire tutto il resto.
Benvenuti, dunque, al campionario arbitrale di Como-Roma: dove le decisioni non prese meritano un capitolo a parte, le compensazioni sembrano avere un loro misterioso bilancino e il matrimonio tra la Roma e la vetta continua ad aspettare il prete giusto.
Perché Como-Roma, al di là dello 0-0 e dei punti lasciati sul tavolo, ha offerto un campionario piuttosto assortito di decisioni, non decisioni e compensazioni, una di quelle esposizioni in cui il visitatore esce con una domanda: ma alla fine, il criterio qual era?
La prima specialità: il fischio che non arriva. L’arbitro vede, valuta, lascia correre. Oppure non vede, non valuta e lascia correre lo stesso. In campo si protesta, in panchina si allargano le braccia, sugli spalti si invoca una spiegazione. E qui torna utile Alessandro Manzoni, perché il suo Don Abbondio, in fondo, non era nato con un cuor di leone. Davanti ai bravi, il curato non trova il coraggio di celebrare il matrimonio tra Renzo e Lucia. E qui la tentazione di scansare la decisione scomoda, di non assumersi il peso di un fischio destinato a far discutere, è una tentazione che il calcio conosce bene. E così, quando il momento richiede personalità, può capitare che la prudenza si travesta da interpretazione. Poi arrivano le televisioni, con il loro esercito di replay, ingrandimenti, replay da tre angolazioni, freccette, cerchietti e moviole che sembrano preparare una perizia balistica. Il verdetto, però, spesso è più sfumato di una fotografia scattata nella nebbia. E comincia il secondo spettacolo: spiegare perché quel fischio non si poteva fare, perché quell’altro invece era inevitabile, perché tutto sommato «ci può stare». Una formula prodigiosa, buona per ogni stagione e per ogni maglia: ci può stare il fischio, ci può stare il non fischio. L’importante è che ci stia anche la discussione e, possibilmente, fino al collegamento successivo.
La seconda specialità: il cartellino che resta in tasca. Qui la materia si fa ancora più interessante. Un contatto può essere energico, un contrasto deciso, una trattenuta più o meno vistosa. La soglia del consentito, però, pare spostarsi a seconda del momento, della maglia e forse persino dell'umidità. Quello che poco prima meritava un richiamo, dopo diventa un episodio da valutare con calma; quello che sembrava tollerabile può trasformarsi improvvisamente in un’infrazione da manuale. E allora il tifoso, ingenuo per definizione e ostinato per vocazione, si domanda se esista un regolamento unico o se, durante la partita, venga distribuito anche un supplemento con le eccezioni.
La terza specialità: la compensazione. È il pezzo forte della collezione, quello che meriterebbe una teca tutta sua. Se una squadra ritiene di aver subito un torto, la tentazione di cercare un riequilibrio nell’episodio successivo è sempre dietro l’angolo. Non è necessario che qualcuno lo ammetta, naturalmente. La compensazione non viene mai dichiarata: si manifesta, semmai, come una misteriosa coincidenza. Un episodio dubbio da una parte, uno dubbio dall’altra; un fischio mancato, poi uno arrivato con sorprendente puntualità. E il bilancino, almeno in apparenza, torna in equilibrio.
Peccato che il calcio non sia un condominio nel quale, per riparare una perdita al terzo piano, si allaga deliberatamente il secondo. Un eventuale errore non si corregge commettendone un altro. Si corregge applicando lo stesso criterio, alla stessa situazione, indipendentemente da chi abbia beneficiato del precedente episodio. Altrimenti non è giustizia: è contabilità creativa.
A Como, gli episodi contestati hanno alimentato proprio questo genere di lettura. Dal contatto tra Diao e Wesley alla gestione dell’azione che ha portato all’espulsione di Malen, con il precedente confronto con Ramón finito inevitabilmente sotto la lente d’ingrandimento, ogni fotogramma è diventato un piccolo processo. Non perché ogni episodio debba necessariamente avere una risposta comoda per la Roma, ma perché ogni decisione dovrebbe poter essere ricondotta a un criterio riconoscibile. E se il criterio cambia da un’azione all’altra, il dubbio smette di essere un incidente e diventa il protagonista della serata.
Poi c’è il capitolo televisivo. I commentatori, chiamati a spiegare ciò che accade, finiscono talvolta per assomigliare ai bravi di manzoniana memoria: non minacciano nessuno per strada, per carità, ma presidiano il racconto e provano a convincerti che quello che hai visto non sia esattamente ciò che hai visto. Un replay diventa un’arringa, un fermo immagine una sentenza, un «secondo me» una verità rivelata. E guai a non riconoscere l’autorità del piccolo schermo: potrebbe arrivare subito un’altra moviola a ristabilire l’ordine delle cose.
Infine, il tempo. Fabbri è costretto a lasciare il campo per un problema fisico e subentra Sozza; al termine, vengono concessi sette minuti di recupero. Anche qui, il cronometro diventa materia di interpretazione: quanto si è perso davvero? Quanto va recuperato? E con quale metro? Perché il recupero non è un premio di consolazione, né un’occasione per riscrivere la partita quando il tempo regolamentare è finito. È semplicemente il tempo da restituire al gioco. E anche quello, come i falli e i cartellini, dovrebbe obbedire a una logica comprensibile.
Il problema, dunque, non è pretendere arbitri infallibili. Non esistono, così come non esistono partite senza episodi controversi. Il problema è quel confine sempre più sottile tra l’errore umano, che può capitare, e l’impressione di un metro variabile, che alimenta sospetti e trasforma ogni partita in una raccolta di interpretazioni.
E torniamo allora all’albero invisibile dei Promessi sposi. Magari nessuno lo scorge, magari non compare in nessun replay, magari non c’è nemmeno bisogno di nominarlo. Ma quando la Roma si avvicina alla vetta, quando il matrimonio con il primo posto sembra possibile, ecco che torna quella sensazione manzoniana: «Questo matrimonio non s’ha da fare».
Naturalmente è una metafora, non una sentenza. Ma nel calcio, come nella letteratura, a volte gli ostacoli più ingombranti sono proprio quelli che nessuno riesce a indicare con precisione. E il tifoso, alla fine, non chiede che gli venga regalato un matrimonio. Chiede soltanto che non ci sia sempre qualcuno pronto a celebrarlo per gli altri.