Ci sono trasferte che fanno rumore per la storia che si portano dietro. E poi ce ne sono altre che sembrano leggere, quasi innocue, ma che spesso finiscono per pesare di più. Como-Roma appartiene alla seconda categoria. La Roma si presenta al Sinigaglia da capolista con 13 punti in cinque giornate, 14 gol segnati e appena 3 subiti. Il Como ne ha raccolti 10 e da tempo non è più una sorpresa. È una squadra riconoscibile, allenata da Cesc Fabregas con idee chiare e la qualità necessaria per imporle anche contro avversari di livello superiore.

Come una partita a biliardo

Il lago sullo sfondo racconta tranquillità. La partita promette tutt'altro. Perché domenica nell'ora di mezzo della giornata, si affrontano due squadre che cercano la stessa cosa attraverso strade diverse: togliere all'avversario il controllo della partita. Il Como prova a farlo con il pallone. La Roma senza. La manovra lariana nasce dal basso e si sviluppa come un esercizio di geometria applicata. I centrali allargano il campo, i mediani si abbassano, i tre uomini alle spalle della punta occupano spazi differenti. Il pallone gira per spostare gli avversari, per creare una crepa, per trovare quel corridoio interno dove Nico Paz può ricevere, girarsi e accendere il gioco. Ma sarebbe riduttivo fermarsi all'argentino. Quando il centro si chiude, Baturina stringe le linee e cerca spazio tra centrocampo e difesa. Quando l'azione si sviluppa da una parte, Diao allarga il campo sull'altra. Ogni movimento ne richiama un altro. Come nel biliardo, il primo tocco serve soprattutto a preparare il secondo.

La Roma di Gian Piero Gasperini, invece, ragiona in maniera opposta. Non vuole completare il disegno. Vuole interromperlo. I numeri raccontano bene l'identità che i giallorossi stanno costruendo: 14 reti realizzate, una media di 2,8 gol a partita, e appena 3 subite. Non è soltanto una squadra che segna. È una squadra che recupera palla e trasforma immediatamente quel recupero in un vantaggio territoriale. La chiave della sfida probabilmente è tutta qui.

Il Como proverà a portare fuori posizione la pressione romanista. La Roma proverà a chiudere le linee verso il centro e accompagnare la costruzione lariana sulle corsie esterne. È una pressione che assomiglia a un imbuto: apparentemente lascia uno spazio aperto, ma soltanto per condurre il pallone verso la zona in cui il recupero diventa più probabile. In questo meccanismo il lavoro di Marten De Roon, chiamato a sostituire l'infortunato Bryan Cristante, e di Manu Koné può diventare decisivo. Sono loro a dover sporcare le ricezioni tra le linee, raccogliere le seconde palle e impedire al Como di consolidare il possesso nella metà campo romanista.

Ma c'è un altro aspetto che potrebbe indirizzare la gara. Se il Como costruisce per vie interne, la Roma può colpire soprattutto sugli esterni. Molina e Wesley avranno il compito di spingere indietro gli esterni lariani, limitandone la libertà offensiva. Più riusciranno a costringere Diao e compagni a rincorrere, meno il Como potrà sviluppare quelle catene di passaggi che rendono il suo calcio così efficace. 

E poi ci sono gli uomini che possono trasformare una partita tattica in una partita decisiva. C'è Paulo Dybala, che vive proprio negli spazi che si aprono quando una struttura viene spezzata. C'è Donyell Malen, recuperato e pronto a partire dal primo minuto, che può attaccare la profondità quando il Como perde palla con tanti uomini oltre la linea del pallone. Due giocatori che, per caratteristiche, sembrano costruiti per approfittare di quei pochi secondi di disordine che inevitabilmente si creano quando una squadra rischia qualcosa per costruire dal basso. Per questo Como-Roma non sarà una partita decisa dal possesso palla. Conterà di più la qualità dei recuperi, il luogo in cui verranno riconquistati i palloni e ciò che accadrà nei cinque secondi successivi. Il Como cercherà di mettere ordine. La Roma proverà a creare caos. Il Como proverà ad allargare il campo. La Roma a stringerlo.

Dimenticatevi il romanticismo del Lago di Como

Il Sinigaglia, del resto, ha un pregio e un difetto: distrae. Fa guardare il lago, le montagne, il panorama. Poi l'arbitro fischia e ti ricorda che lì dentro non c'è nulla di romantico. Ci sono marcature da rompere, seconde palle da conquistare, metri da difendere e decisioni da prendere in una frazione di secondo. Ed è per questo che la partita conta probabilmente più di quanto suggerisca il calendario. Per la Roma, infatti, il tema non è semplicemente conservare il primo posto. È verificare il proprio livello di maturità. Le grandi squadre non si riconoscono soltanto nelle notti europee o negli scontri diretti che riempiono le copertine. Si riconoscono soprattutto nelle trasferte come questa, contro avversari organizzati, in partite che non concedono scorciatoie.

La classifica dice che i giallorossi sono davanti a tutti. Il gioco racconta una squadra che sta assimilando sempre meglio le idee di Gasperini. Adesso arriva il passaggio successivo. Capire se questa Roma abbia già imparato una lezione che spesso separa le squadre forti da quelle che restano in alto fino all'ultima curva del campionato: trovare il modo di vincere anche quando la partita non assomiglia a quella che avevano immaginato.

E forse è proprio questo il vero significato di Como-Roma. Non capire se la Roma è abbastanza forte per battere il Como. Capire se è abbastanza matura da imporre il proprio calcio anche a una squadra che ha qualità, idee e personalità per portarla lontano dalla sua zona di comfort. Perché è lì, molto più che nelle partite che tutti aspettano, che una capolista dimostra di meritare davvero il suo posto. Perché, alla fine della stagione sono proprio queste le partite, quelle apparentemente innocue, che possono fare la differenza fra l'inferno e il paradiso. E la Roma, questa Roma, lo sa.


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