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Vucinic entra dalla panchina e strega Madrid. Siamo nel 2008
Vucinic entra dalla panchina e strega Madrid. Siamo nel 2008


Alle quattro e mezza del mattino Fiumicino non assomiglia a un aeroporto. Assomiglia a uno di quei luoghi sospesi in cui la notte non ha ancora deciso se andarsene e il giorno non ha ancora trovato il coraggio di cominciare. Le serrande dei bar sono abbassate, i monitor degli arrivi illuminano più del necessario e l'aria ha quell'odore particolare che appartiene solo ai posti attraversati da chi parte e da chi aspetta.

La mattina del 6 marzo 2008, davanti al Terminal C, c'erano alcune centinaia di persone. Non aspettavano una coppa. Non aspettavano una finale. Aspettavano una squadra che aveva appena eliminato il Real Madrid.

È una scena che racconta meglio di molte statistiche il rapporto tra la Roma e le sue notti europee. Perché il Real Madrid ha trasformato la Champions League nel proprio habitat naturale. Per generazioni di tifosi madridisti vincere in Europa è stata un'abitudine. A Roma, invece, il rapporto con questa competizione è sempre stato diverso. Più sofferto, più intermittente, probabilmente meno vincente. Ma anche capace di lasciare ricordi che resistono al tempo molto più di certi risultati.

Quando arriva il Real Madrid, infatti, non torna soltanto una partita. Tornano pezzi di memoria sparsi qua e là lungo settant'anni di storia. Tornano fotografie sbiadite, aeroporti all'alba, ragazzi che devono ancora diventare leggende e partite giocate quando il calcio era un mondo completamente diverso da quello di oggi. Bisogna solo avere la pazienza di riaprire quel cassetto. Mettetevi comodi, che proviamo a farlo insieme.

Prima di Madrid c'era Caracas

La storia tra Roma e Real Madrid non nasce all'Olimpico e neppure al Bernabéu. Nasce dall'altra parte dell'oceano. Estate del 1956. Caracas. Già il luogo sembra appartenere più a un romanzo che a una statistica. Il Real Madrid sta costruendo i primi mattoni della propria leggenda europea attorno ad Alfredo Di Stéfano, mentre la Roma è ancora lontana dall'immaginare il percorso che la attende. Si affrontano due volte nel giro di pochi giorni. Una vittoria per gli spagnoli. Una per i giallorossi. Due risultati speculari che sembrano quasi il modo scelto dal calcio per evitare una sentenza definitiva.

Pagina d'epoca con il primo incontto fra Real Madrid e Roma

Oggi quelle partite occupano poche righe negli archivi, ma raccontano un calcio che attraversava gli oceani lentamente, quando i campioni vivevano soprattutto nei racconti di chi li aveva visti giocare e non nelle immagini che scorrono ogni giorno sugli schermi. Fra Roma e Real Madrid non esisteva ancora una rivalità. Esisteva soltanto un filo. E spesso le storie più lunghe cominciano proprio così.

Sei gol e nessun vincitore

Nel 1962 le due squadre si ritrovarono nella capitale. Finì 3-3. Sei gol e nessun padrone. È curioso come alcune partite sembrino rifiutarsi di scegliere un vincitore. Le statistiche conservano il risultato. La memoria trattiene altro. L'idea di due mondi calcistici che continuavano a incrociarsi mentre il calcio europeo stava lentamente imparando a diventare quello che conosciamo oggi.

Forse qualcuno tornando a casa quella sera raccontò la partita agli amici. Forse qualche ragazzo sugli spalti si convinse che un giorno avrebbe voluto vedere da vicino campioni di quel livello. Nessuno può saperlo. Ma il calcio vive anche di queste tracce invisibili. Di emozioni che per chi le vive durano novanta minuti e per chi arriva dopo diventano un pezzo di memoria collettiva.

Un ragazzo al Bernabéu

Il 15 giugno 1995 Francesco Totti entrò al Santiago Bernabéu. Aveva diciotto anni e non era ancora il capitano della Roma, né il simbolo della città, né tantomeno la leggenda che tutti avrebbero conosciuto. Era semplicemente un ragazzo invitato alla festa di addio di Emilio Butragueño.

Il Real vinse 4-0 e nessuno aveva particolari motivi per soffermarsi su quel giovane romanista. Ma il futuro ha un'abitudine curiosa: spesso si presenta senza annunciarsi. Guardando oggi quella fotografia viene da sorridere. Quel ragazzo sarebbe tornato a sfidare il Real in Champions League, avrebbe segnato ai blancos e sarebbe diventato la misura emotiva della Roma per quasi venticinque anni.

Ogni leggenda, prima di diventarlo, attraversa una fase in cui nessuno sa ancora come andrà a finire. Totti quel giorno era esattamente questo: una storia ancora tutta da scrivere.

 Quando il mondo entrò allo stadio

Poi arrivò l'11 settembre 2001. Roma e Real Madrid si affrontarono all'Olimpico nella prima giornata della Champions League. Sulla carta doveva essere una grande notte europea. Ma mentre i tifosi prendevano posto sugli spalti, il mondo stava cambiando per sempre.

Il Real vinse 2-1 con i gol di Figo e Guti. Totti segnò il primo gol della Roma nella storia della Champions League. Abel Balbo colpì una traversa che avrebbe potuto cambiare il risultato. Eppure, il punteggio scivolò inevitabilmente in secondo piano. Fabio Capello, a fine partita, disse che sarebbe stato giusto non giocare. Una frase semplice, ma forse la più adatta per spiegare quella serata.

Perché esistono partite che raccontano il calcio e partite che raccontano il tempo in cui vengono giocate. Quella sera appartiene alla seconda categoria.

La notte in cui il gigante vacillò

Se c'è una pagina che ogni tifoso romanista conserva con particolare affetto, è quella del 2008. Agli ottavi di Champions League la Roma di Spalletti vinse 2-1 all'andata all'Olimpico e si ripeté al ritorno al Bernabéu. Stesso risultato. Due volte.

Raúl segnò. Segnarono Pizarro, Mancini, Taddei. Poi arrivò Mirko Vučinić. Ma il punto non è il tabellino. Il punto è ciò che accadde in quei centottanta minuti. Battere il Real Madrid una volta può essere una grande impresa. Batterlo due volte significa dimostrare che non si è trattato di un incidente.

In quelle due partite la Roma guardò il gigante negli occhi senza abbassare lo sguardo. E forse è proprio per questo che la storia non si concluse al triplice fischio. Quando la squadra tornò in Italia trovò centinaia di tifosi ad aspettarla a Fiumicino alle quattro e mezza del mattino. Non c'era una coppa. Non c'era una finale conquistata. C'era soltanto una qualificazione ai quarti. Eppure, erano lì.

Qualcuno poche ore dopo sarebbe andato a lavorare. Qualcun altro sarebbe entrato in classe. Ma in quel momento non importava. Perché certe vittorie non si misurano con i trofei. Si misurano con il bisogno di condividerle.

Avere una storia o sentirsi parte della storia

Ed eccoci a oggi. Il Real Madrid arriverà all'Olimpico con il prestigio di chi ha trasformato la Champions League nel proprio habitat naturale. La Roma arriverà con qualcosa di diverso. Con una relazione speciale con la propria storia e con la propria gente.

Non è una questione di trofei. Le gerarchie esistono e non hanno bisogno di essere negate. Ma il calcio possiede una seconda contabilità, fatta di ricordi, appartenenza, attese e notti che resistono nella memoria molto più di tanti risultati.

Forse la differenza più grande è tutta qui. Il Real Madrid difende una leggenda già scritta. La Roma continua a cercarne una nuova.

Le fotografie che restano

Da qualche parte esiste ancora una fotografia di Caracas del 1956. Da qualche altra parte sopravvive il ricordo di quel 3-3 del 1962. C'è un ragazzo diciottenne che cammina sul prato del Bernabéu senza sapere che un giorno diventerà Francesco Totti. C'è una traversa colpita l'11 settembre 2001 in una notte che il calcio non riuscì a rendere normale. E c'è una folla davanti all'aeroporto di Fiumicino quando il Real Madrid aveva appena scoperto che anche i giganti possono essere eliminati.

Mercoledì sera nessuna di quelle immagini tornerà davvero. Le fotografie resteranno fotografie. Il 2008 non si ripeterà soltanto perché qualcuno lo ricorda. Ma il calcio possiede una qualità rara: permette alla storia di restare accanto al presente senza obbligarlo a copiarla.

Il Real Madrid porterà all'Olimpico la propria leggenda. La Roma porterà tutte quelle fotografie. E proverà ad aggiungerne un'altra.


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