Una Roma in...matura si butta via in sette minuti!
Per ottanta minuti la Roma domina il Real Madrid, trova i gol di De Roon e la doppietta di uno straordinario Malen, ma si perde proprio quando vede il traguardo. L'infortunio di Koné, la serata grigia di Dybala e sette minuti di pura confusione trasf
Ci sono molti modi per raccontare Roma-Real Madrid, seconda giornata della League Phase di Champions League. Per fare il giro completo, però, conviene partire dalla fine. Dai 67 mila dell'Olimpico che risalgono verso Ponte Milvio e si disperdono nelle strade intorno allo stadio con il passo dei pugili suonati. Sembrano invitati che tornano a casa a stomaco vuoto dopo aver visto sfilare sui carrelli ogni possibile bontà senza riuscire ad assaggiarne l'ultima. E dire che per una sera l'Olimpico si era apparecchiato davvero bene: al centro la grande tovaglia della Champions, tutt'intorno i colori e i suoni giallorossi, tranne uno spicchio ai margini della Nord che recupera per l'occasione le tinte più nobili d'Europa. Alla festa ci sono tutti. A cominciare da José Mourinho, tanto controverso quanto indimenticabile, ma pur sempre l'ultimo allenatore ad aver regalato un trofeo europeo alla Roma. A una ventina di metri c'è Gian Piero Gasperini, l'uomo che ha riportato la Champions all'Olimpico. Il passato e il presente della Roma si trovano a pochi metri di distanza. In mezzo, ancora per poco, c'è una partita tutta da giocare.

Sine metu
Pronti, via. La Sud presenta al mondo la propria storia e il proprio coraggio: "AS Roma Sine Metu". Senza paura. Perché certe notti non si possono affrontare in altro modo. La coreografia mette i brividi, l'inno della Champions lascia spazio a Roma Roma di Antonello Venditti e lo stadio sembra inspirare tutto insieme prima del salto. I primi sussulti arrivano proprio sotto la curva che ha appena abbracciato Mourinho: Soulé cerca il secondo palo con un sinistro a giro e fa capire subito quale partita abbia in testa la Roma.
La squadra di Gasperini gioca uomo contro uomo, accetta il rischio e prova a togliere aria al Real. Non si lascia intimidire dal bianco della maglia, dalle coppe cucite nella memoria e neppure dai nomi. Corre in avanti, non all'indietro. Al 20' Dybala recupera alto, Soulé serve De Roon che dal limite lascia partire una conclusione potente. Courtois è battuto e l'Olimpico esplode. De Roon si gira verso Gasperini, quasi a ringraziare l'uomo che lo ha voluto a questa festa. Non è soltanto l'1-0: è la conferma che la Roma non è entrata in campo per fare da comparsa.
La gioia dura 300 secondi. Malen ha sul piede il pallone del raddoppio, ma Courtois salva tutto. Sul capovolgimento di fronte Ndicka e De Roon si ostacolano, Hermoso perde la lettura e Mbappé si ritrova davanti il corridoio che stava aspettando. Uno a uno. È il modo in cui il Real Madrid ricorda a tutti che può colpire anche quando sembra soffrire.
La squadra e i campioni
La Roma, però, non arretra. Continua a giocare la partita preparata da Gasperini ed è forse l'aspetto più bello della serata: per lunghi tratti il Real sembra una somma di campioni, mentre la Roma sembra una squadra. La differenza non è banale. I giallorossi accorciano, recuperano e ripartono, ma intorno al quarto d'ora perdono Koné, che esce in lacrime per un problema muscolare. Sul momento sembra una sostituzione dolorosa. Con il passare dei minuti diventa uno dei punti cardinali della partita.
Ci sono giocatori che si notano quando fanno qualcosa di straordinario e altri che si notano soprattutto quando non ci sono più. Koné appartiene alla seconda categoria. Finché resta in campo accorcia, recupera, cuce. È la cerniera che tiene uniti i due lembi della Roma. Senza di lui la squadra continua a correre, ma perde peso nelle seconde palle, protezione davanti alla difesa e pulizia nel primo passaggio. Non si vede tutto subito. Una cerniera, del resto, non fa rumore quando comincia a cedere. Te ne accorgi quando il freddo è già entrato.
Anche Dybala attraversa una sera a tinte grigie. Recupera il pallone da cui nasce il vantaggio, ma non riesce mai a diventare l'ago della bilancia. Il pallone sembra arrivargli mezzo secondo dopo o andarsene mezzo secondo prima. Cerca lo spazio, la giocata, quell'intuizione capace di mettere ordine nel disordine, ma la luce non si accende. Poi arrivano anche i problemi fisici e il suo racconto termina all'intervallo. Quando resta negli spogliatoi, la Roma non perde soltanto un attaccante: perde l'uomo che sa rallentare il caos mentre tutti gli altri corrono.

Il peso di Malen
Donyell Malen capisce l'aria che tira. Nel primo tempo ha praticamente scartavetrato da solo l'area del Real; nella ripresa decide di caricarsi sulle spalle tutto il peso dell'attacco. Lo aiuta la freschezza guascona di Mora, un ragazzo che gioca con quella dose d'incoscienza che nel calcio spesso vale più dell'esperienza e che fa capire quanto la panchina cominci a stargli stretta. Al 50' il portoghese trova il corridoio, Malen si presenta davanti a Courtois e conclude con la freddezza di chi in quel momento vede una porta molto più grande di quanto sia davvero.
Sette minuti dopo Soulé disegna un pallone che taglia la linea del Real. Valverde tiene in gioco Malen, l'olandese si ritrova ancora davanti a Courtois e non ha bisogno di pensarci due volte. È il 57': 3-1. Due gol in sette minuti, due colpi puliti sul mento del Real. Malen corre, pressa, allunga la difesa, viene incontro e riparte. Non interpreta soltanto il ruolo del centravanti: porta il reparto offensivo sulle spalle, come chi si carica una valigia troppo pesante perché non c'è nessun altro disposto a prenderne un manico.
L'Olimpico diventa una bolgia. Sugli spalti comincia la partita parallela con il cronometro: «Se il Real non segna prima degli ultimi dieci minuti è fatta». È il ragionamento semplice e un po' scaramantico di chi prova a mettere un confine alla paura. In campo, invece, la Roma sembra ancora dentro una trance agonistica. Continua ad attaccare, a cercare il quarto gol, a infilarsi negli spazi. È un gesto di coraggio, ma anche il primo segnale d'immaturità.
La partita chiede altro
Sul 3-1, con meno di dieci minuti da giocare, non c'è più nulla da dimostrare. La partita non chiede un altro assalto, ma un giro di chiave. Bisogna tenere il pallone, abbassare il ritmo, spezzare il respiro al Real e costringerlo a guardare il tempo scorrere. La Roma fa l'opposto. Continua a forzare uscite e verticalizzazioni, accumula palloni sporchi e restituisce troppo velocemente il possesso agli avversari. Gioca con il cuore proprio quando servirebbe la testa.
I segnali ci sono tutti. Endrick brucia sullo scatto la catena di sinistra, lasciandosi dietro Molina ed Hermoso. Bellingham smette di essere soltanto un centrocampista e diventa un ariete. Espì entra e fa appena in tempo a sistemarsi che il Real alza il volume. I cambi del Real modificano la partita. Quelli della Roma non riescono a ricostruire il peso perso con Koné né la qualità lasciata negli spogliatoi da Dybala.
A fine partita Gasperini trova una sintesi quasi brutale nella sua sincerità: «Ci siamo piantati sul traguardo». Ed è probabilmente qui che si nasconde tutta la notte della Roma. Perché i giallorossi non cadono mentre inseguono il Real Madrid. Cadono quando vedono il traguardo. Quando il 3-1 sembra aver sistemato tutto e la partita chiede soltanto di essere accompagnata fino alla fine.
Ndicka, al tramonto della gara, continua a correre verso il campo avversario. Arriva un'altra palla forzata, l'ennesima uscita sbagliata, un possesso regalato quando sarebbe bastato tenerlo. È il fiammifero. Il Real sente l'odore della paura e fa ciò che fa da decenni nelle notti europee: continua a crederci anche quando gli altri pensano che sia finita.
Sette minuti
La rimonta non nasce da una magia di Mbappé o da un'azione irripetibile. Nasce da tre calci d'angolo. Tre. Espì riapre la partita andando sulla respinta corta di Gollini dopo il colpo di testa di Endrick. Poco dopo il brasiliano, sogno di mercato destinato per ora a restare tale, pareggia ancora di testa. L'Olimpico prova a capire cosa stia succedendo, ma non ne ha il tempo. La Roma è stordita, il Real no. Arriva un altro pallone nell'area giallorossa e Rüdiger, proprio l'ex, mette la firma più dolorosa: 3-4.
Tra il primo e l'ultimo colpo passano sette minuti. Sono i sette minuti che separano una Roma brillante da una Roma ancora immatura. Tre palloni alzati dalla bandierina, tre marcature smarrite, tre giocatori del Real liberi di saltare. Non servono schemi sofisticati per spiegare il crollo. Il calcio ogni tanto torna elementare: un cross, un uomo, un duello. La Roma li perde tutti proprio quando non può più permetterselo. All'ottantesimo l'Olimpico sta già scegliendo la fotografia da conservare. Pochi minuti dopo guarda il tabellone come si guarda un conto che non può essere il proprio.
Dieci minuti per diventare grandi
Al fischio finale la Roma si ritrova di colpo da regina della notte a metafora di ciò che continua a inseguire. I giocatori crollano sul prato. I 67 mila capiscono, soffrono e applaudono. È un gesto d'amore, ma anche la presa d'atto di ciò che hanno appena visto: la Roma domina a tratti un Real spaziale per ottanta minuti, segna tre gol, ne sfiora altri, costruisce una festa e poi la lascia agli ospiti.
Non perde perché è inferiore. Non perde perché le manca il coraggio. Perde perché non riconosce il momento in cui la partita cambia lingua. Le grandi squadre sanno attaccare; quelle mature sanno anche quando smettere. Proteggono un vantaggio senza vergognarsi, rallentano, fanno trascorrere secondi apparentemente inutili che alla fine valgono più di un'altra occasione da gol.
Alla Roma, per sentirsi davvero grande, mancano proprio quei dieci minuti più pochi spicci. Il tempo necessario per mettere il pallone in ghiaccio, chiudere la porta e lasciare il Real fuori. Invece rimane tutto aperto: la partita, l'area di rigore e perfino il carrello dei dolci. La torta passa davanti agli invitati, bellissima, quasi a portata di mano. Poi prende la strada del tavolo sbagliato.
TABELLINO
ROMA-REAL MADRID 3-4 (1-1)
Marcatori: De Roon 20', Mbappé 25'; nella ripresa Malen 50' e 57', Espí 83', Endrick 85', Rüdiger 90'.
Roma: Gollini; Mancini (62' Balerdi), Ndicka, Hermoso (80' Koulierakis); Molina, De Roon, Koné (18' Pisilli), Wesley; Soulé (62' Pellegrini), Dybala (46' Mora); Malen.
Allenatore: Gian Piero Gasperini.
Real Madrid: Courtois; Dumfries, Konaté, Rüdiger, Cucurella; Valverde, Tchouaméni, Bellingham; Diomandé, Mbappé, Vinícius Jr.
Subentrati: Espí, Endrick, Arda Güler.
Allenatore: José Mourinho.
Arbitro: François Letexier (Francia).
Ammoniti: Mancini, Wesley, Pellegrini (Roma); Carreras (Real Madrid).
Spettatori: 67.000 circa.
Note: Roma avanti 1-0 al 20' con De Roon e raggiunta da Mbappé cinque minuti più tardi. Nella ripresa la doppietta di Malen tra il 50' e il 57' porta i giallorossi sul 3-1. Negli ultimi sette minuti il Real Madrid ribalta la gara con tre reti nate da calcio d'angolo: Espí all'83', Endrick all'85' e Rüdiger al 90'. Koné lascia il campo per infortunio al 18', Dybala resta negli spogliatoi all'intervallo per un problema fisico.
Possesso palla: Real Madrid 54%, Roma 46%.