La Roma caccia le streghe e affonda il Genoa (2-0)
Una magia si Castro e il primo gol in A di Lulli rilanciano i giallorossi dopo una settimana complicata. Prima dei gol, una traversa per parte (Balerdi ed El Shaarawy)
La Roma nella notte più brutta vince la partita più difficile della stagione. Perché l'erba dell'Olimpico sa ancora di lotta e paura. Di sogni spezzati sul più bello e di angosce da dimenticare. Il Real se n'è andato da qualche giorno, ma ha lasciato le impronte sul prato. E qualcuna anche nella testa. Le scorie non vanno via così semplicemente. La Roma ha ancora ferite e cerotti, e questa partita col Genoa che sa quasi di testa-coda lo è solo all'apparenza. Tanto più che dall'altra parte c'è un ruvido Daniele De Rossi e un evergreen come il Faraone. De Rossi torna all'Olimpico dall'altra porta, quella degli avversari. Ma certe porte cambiano l'ingresso, non quello che ti porti dietro.
Con tutto questo preambolo, ci vuole una magia e solo quella. Una mistura. Ma la magia chiede un tempo di sofferenza e punti di domanda che girano nelle teste dei romanisti più delle trame di gioco: cosa rimane dopo le macerie di qualche giorno fa con il Real? La risposta, per quarantacinque minuti, sembra nascosta da qualche parte sotto l'erba dell'Olimpico. Poi la magia arriva. La tira fuori Castro al quinto della ripresa, che sbatte la porta in faccia alla paura con un gol senza senso, uno di quelli che sfuggono persino all'ultimo aggiornamento della PlayStation. È come se a un certo punto la Roma guardasse negli occhi la partita e le dicesse: adesso basta. Ma andiamo con ordine.
Il Genoa parte forte
Gasperini ha scelto Soulé e Mora alle spalle di Castro, con Pisilli e De Roon in mezzo al campo. Si rivede Lulli a destra, ma il collegamento tra centrocampo e attacco è discontinuo, complici i tanti errori in uscita. De Rossi imposta la partita con un pressing alto che nei primi minuti costringe la Roma a forzare le giocate. I giallorossi faticano a sviluppare il gioco centralmente e trovano poco spazio tra le linee. Il primo squillo arriva subito, al quarto minuto, ed è di marca rossoblù. El Shaarawy, grande ex della serata, sfiora il gol: la sua conclusione viene deviata e termina sull'esterno della rete. Cinque minuti più tardi è ancora il Genoa a rendersi pericoloso. Wiafe recupera un pallone e favorisce la conclusione di Osmajic dal centro dell'area, ma Ndicka si oppone e mura il tentativo.
La Roma prova a prendere campo, ma il possesso rimane spesso sterile. La circolazione è lenta, le verticalizzazioni scarseggiano e sulle fasce gli errori tecnici impediscono di dare continuità alle iniziative. Il pallone gira, ma non viaggia. Fa il giro dell'isolato e torna quasi sempre da dove era partito. È una squadra impastata, molle nelle idee e senza collante fra i reparti. Eppure le condizioni per essere presenti alla partita ci sono tutte. È come avere la chiave in tasca e continuare a bussare alla porta. L'Olimpico aspetta. Borbotta. Ogni pallone perso porta con sé un piccolo brivido. Il Real è ancora lì, invisibile ma presente, seduto da qualche parte tra la panchina e la memoria.
Soulé e Balerdi accendono la Roma
Al 18' arriva la prima azione fluida dei giallorossi: Soulé si libera per il mancino dal limite, ma Bijlow è attento e respinge. La squadra di Gasperini cerca allora maggiore incisività sulle corsie esterne. Al 20' Lulli crossa per Pisilli, che colpisce di testa senza impensierire il portiere rossoblù. Poco dopo, sugli sviluppi di un calcio d'angolo battuto dallo stesso Pisilli, Koulierakis svetta e manda il pallone di poco sopra la traversa. La Roma trova nelle palle inattive una strada per superare le difficoltà della manovra. Al 28', ancora su corner di Pisilli, Balerdi colpisce di testa e centra la parte alta della traversa. Il pallone torna indietro, il coraggio no. Quello resta in campo. È l'occasione più importante dei giallorossi fino a quel momento. Uno spiraglio che dice: si può fare. Come una finestra aperta all'improvviso in una stanza che cominciava a diventare troppo stretta.
El Shaarawy fa tremare l'Olimpico
Al 30' un altro cross dalla destra trova Rodrigo Mora in area: il colpo di testa del giovane attaccante viene respinto da un ottimo intervento di Bijlow che si ripete su una conclusione a botta sicura del portoghese. Tre minuti più tardi, però, è la Roma a rischiare grosso. Un errore di Ndicka, non l'unico in verità, consente a Osmajic di concludere, ma il tentativo viene murato. Il pallone arriva a El Shaarawy, che calcia di destro dal limite e centra in pieno la traversa. Il Faraone per un secondo rischia di fare all'Olimpico quello che all'Olimpico ha fatto per una vita: segnare. Solo che stavolta sarebbe dalla parte sbagliata della storia.Per qualche secondo il rumore dello stadio cambia suono. Il Faraone guarda la porta dove per anni ha fatto esultare la Sud. La traversa gli restituisce il pallone e alla Roma restituisce ossigeno. L'Olimpico tira un sospiro di sollievo. Il Genoa va vicinissimo al vantaggio e conferma di poter fare male quando riesce a recuperare palla e ripartire rapidamente. La Roma arriva all'intervallo con ancora addosso tutti i suoi interrogativi. È uno 0-0 che sembra un corridoio: bisogna decidere da quale porta uscire.

Cambio campo e Sim Sala Bim
Si torna in campo e al quinto la paura va definitivamente in archivio. Sull'ennesima palla da batti e ribatti in area, Castro protegge il pallone in uno spazio affollato come i mercatini di Natale e trova l'unico angolo di luce nel quale far materializzare, di botto, la notte delle favole. Che ancora non è Natale, ma un regalo ci sta tutto. Solo che Intorno ci sono gambe, maglie, piedi. Non c'è spazio. O almeno così sembra. Castro guarda il pallone, probabilmente non guarda nemmeno la porta. È uno di quei momenti nei quali la geometria prende il cappotto e se ne va. In mezzo a quella folla Castro vede quello che gli altri non vedono. Forse nemmeno lui sa bene cosa. Però ci mette il piede sotto e lascia alla fisica il problema di capire il resto. Anche se c'è ben poco da capire in una scena totalmente irrazionale. Uno scavetto che nasce dal piede, dall'istinto e da quella piccola dose di follia senza la quale il calcio sarebbe soltanto tattica. La palla sale e il tempo rallenta. Poi scende. L'Olimpico ci mette un po' a capire la dinamica. 1-0 Roma. I 67mila capiscono prima ancora della rete che qualcosa è cambiato. Castro corre, gli altri gli corrono dietro e l'Olimpico finalmente si libera di qualcosa che aveva tenuto nello stomaco per cinquanta minuti. Non è soltanto un gol. È un'esalazione collettiva. Non è soltanto un gol. È il respiro che torna.

La favola di Lulli
Giusto il tempo, al 58', di annotare uno sfondamento di Messias, i cui piedi s'ingrovigliano con il prato dell'Olimpico, che ecco materializzarsi la seconda magia della serata. Quando mancano una paio di minuti a scavallare il 70*, Soulé si ricorda quel che sa fare. Mette la freccia partendo da destra, taglia il campo. Pellegrini tenta la conclusione, la palla arriva ad Emanuele Lulli. Già, proprio lui. Quello che in estate aveva la valigia vicino alla porta e che adesso, sotto la Sud, trova aperta quella del paradiso. Già, proprio lui. Quello che doveva partire in estate. Ci sono palloni che arrivano una volta sola. Quello è il suo. Lulli non deve pensare. Deve soltanto scegliere se entrare dentro la propria storia oppure lasciarla passare. Non la lascia passare. Inchioda un tap-in che non dimenticherà mai. Il suo primo gol in A. Sotto la Sud. Perché se proprio devi scegliere il posto dove conservare un ricordo per sempre, difficile trovarne uno migliore. 2-0 Roma.
E forse in quel momento, mentre corre senza sapere bene dove andare, gli passa davanti tutta l'estate: le voci, le valigie quasi pronte, la possibilità di partire. Il calcio ogni tanto ha questo gusto per la sceneggiatura: mette da parte una storia e aspetta il momento giusto per tirarla fuori. Gasperini gli concede poco dopo la standing ovation dei 67mila dell'Olimpico. Al suo posto entra Wensley. Lo stadio si alza in piedi. Ma poco dopo si alza ancora. Questa volta per un avversario. Per il Faraone. El Shaarawy lascia il campo accompagnato da una scia interminabile di applausi. Per qualche secondo non esistono più maglie né classifiche. C'è soltanto un pezzo di Roma che torna a casa e Roma che, a modo suo, gli dice che certe storie non finiscono con un cambio di squadra. L'ultimo sussulto della gara è nel diagonale di Osmajic, ma Gollini risponde presente. Poi la notte può finalmente abbassare la voce.
La Roma vince la partita più difficile proprio nella notte in cui aveva più paura di perderla. Non cancella le macerie del Real, perché nel calcio, come nella vita, le macerie non spariscono con una vittoria. Però ci puoi camminare sopra. E magari scoprire che, dall'altra parte, c'è ancora una strada. Così al triplice fischio di Abisso nessuno cerca spiegazioni, nessuno riavvolge sette minuti maledetti. Castro si prende la magia, Lulli la favola. E la Roma, che aveva cominciato la sera guardandosi alle spalle, può finalmente tornare a guardare davanti.
TABELLINO
Roma (3-4-2-1): Gollini; Balerdi, Ndicka, Koulierakis (63’ Hermoso); Lulli (78’ Wesley), de Roon, Pisilli (88’ Di Nunzio), Rensch (88’ Ghilardi); Soulé, Mora (63’ Pellegrini); Castro. Allenatore: Gian Piero Gasperini.
Genoa (3-4-2-1): Bijlow; Marcandalli, Østigård, Vásquez; Ellertsson, Wiafe, Frendrup (83’ Amorim), Puczka; Messias (83’ Robinho Junior), El Shaarawy (65’ Vitinha); Osmajic. Allenatore: Daniele De Rossi.
Marcatori: Castro 50’, Lulli 68’.
Arbitro: Rosario Abisso. Assistenti: Alberto Tegoni e Thomas Miniutti. Quarto ufficiale: Giuseppe Collu. VAR: Luca Pairetto. AVAR: Luca Massimi.
Ammoniti: Soulé, Pisilli (Roma); Vásquez, Østigård, Ellertsson (Genoa). Espulsi: nessuno.
Statistiche: possesso palla Roma 64%, Genoa 36%; tiri in porta 5-1; tiri fuori 6-6; tiri totali 15-9; calci d’angolo 3-3; passaggi totali 527-289; passaggi riusciti 417-200; attacchi pericolosi 37-30; falli 10-7; fuorigioco 2-1; parate 1-3.