C’è un momento, nella vita di un calciatore, in cui cambia qualcosa. Non necessariamente quando segna un gol. Non necessariamente quando debutta. A volte succede prima, in un campo di allenamento, quando un allenatore lo guarda un secondo più a lungo degli altri e decide che vale la pena aspettare. È un momento quasi invisibile. Nessuno fa una fotografia. Non c’è il rumore dello stadio. Non ci sono telecamere. Eppure, qualche mese dopo, può valere milioni. A Trigoria, in questo inizio di stagione, stanno succedendo parecchie di queste cose. 

La Roma ha cominciato il campionato con quattro vittorie e un pareggio, tredici punti e una classifica che dopo cinque giornate raccontava già di una squadra capace di stare lassù. Ma c’è un’altra classifica, molto meno rumorosa, che merita di essere guardata: quella del valore dei giocatori. L’aggiornamento Transfermarkt del 15 settembre aveva portato la rosa giallorossa intorno ai 498,4 milioni di euro (+27% sull’anno prima, 390 mln). Non sono soldi in cassa, naturalmente. Non sono assegni che qualcuno ha già firmato. Una valutazione di mercato è una stima, un termometro, non un conto corrente. Ma il termometro sta salendo. E quando sale contemporaneamente per tanti giocatori, qualcosa sta succedendo. 

Gasperini e quello sguardo che cerca il domani 

Forse bisogna partire da qui: da Gian Piero Gasperini. Perché l'allenatore della Roma non ha mai avuto un rapporto particolarmente rispettoso con le etichette. Un ragazzo è giovane? Bene. Vediamo quanto regge. Un giocatore sembra già arrivato? Bene. Vediamo se può fare ancora di più. Uno viene considerato un esubero? Aspettiamo un attimo. È una mentalità che si porta dietro da una vita, da quando allenava i ragazzi e imparava a riconoscere le differenze non soltanto nella tecnica, ma soprattutto nella risposta alla responsabilità. 

Lo ha raccontato proprio in questi giorni: quando vede un giovane entrare in campo, non guarda semplicemente se fa una giocata buona o cattiva. Guarda come reagisce ai minuti che gli vengono concessi. Se li affronta con sicurezza oppure con timore. È una frase che sembra quasi banale. In realtà spiega molto della Roma di oggi. Perché il mercato attribuisce un prezzo alle prestazioni, ma le prestazioni, prima ancora, hanno bisogno di qualcuno disposto a concedere la possibilità di produrle. E qui entra in scena Emanuele Lulli. 

Lulli, la scommessa che doveva finire in prestito 

La storia più bella, probabilmente, è proprio quella che a luglio sembrava destinata a finire in una cartella di documenti. Lulli era un ragazzo di Primavera. Classe 2007. Un nome che per molti tifosi diceva ancora poco. L'idea iniziale era quella che nel calcio accompagna centinaia di giovani ogni estate: andare a giocare altrove, fare esperienza, crescere lontano, tornare magari un anno dopo più pronto. Avellino era una possibilità concreta. Poi Gasperini lo ha portato in ritiro. E ha cominciato a guardarlo. Non da spettatore, ma con quell'attenzione che può cambiare una carriera. Un allenatore osserva, prova, corregge, mette alla prova. E a un certo punto arriva la domanda più importante: perché mandarlo via, se può restare? 

Lulli è rimasto. Ha cominciato a giocare. Prima le amichevoli, poi le partite vere. E quando la stagione è partita, quello che sembrava un ragazzo destinato a fare esperienza altrove è diventato una presenza vera nella squadra di Gasperini. 

Quattro partite da titolare nelle prime cinque giornate. E mentre Lulli prendeva confidenza con la Serie A, il suo valore prendeva una strada decisamente più veloce. A giugno Transfermarkt lo valutava 500 mila euro. A settembre, 8 milioni. Sette milioni e mezzo in più. Una crescita del 1.500 per cento. È uno di quei numeri che fanno sorridere perché sembrano quasi inventati. Ma dietro quella percentuale non c'è una magia. C'è un ragazzo al quale, semplicemente, qualcuno ha detto: resta, vediamo cosa sai fare. E adesso la Roma sta ragionando sul suo rinnovo e, secondo quanto riportato, internamente lo considera addirittura su una fascia di valore molto superiore alla stima di Transfermarkt. La cosa più curiosa è che, qualche mese fa, si parlava di dove mandarlo a crescere. Adesso si parla di come fare per non farselo portare via. È il calcio. A volte basta una porta aperta al momento giusto per cambiare il prezzo di una stanza intera. 

Koné, da investimento a giocatore da 60 milioni 

Poi c'è Manu Koné, che racconta un'altra faccia della stessa storia. La Roma lo compra dal Borussia Mönchengladbach nel 2024 per circa 18 milioni. Diciotto. Oggi il suo valore di mercato viene stimato intorno ai 60 milioni. In mezzo c'è stato un anno di crescita, ci sono state prestazioni, adattamenti, difficoltà, continuità. E c'è stata anche un'estate nella quale il Chelsea avrebbe bussato alla porta giallorossa proprio intorno a quella cifra. La Roma ha detto no. Poi arriva Roma-Inter. E Koné segna due volte. A quel punto il telefono probabilmente ha cominciato a scaldarsi ancora più del centrocampista francese. Ma sarebbe sbagliato raccontare che quei due gol abbiano trasformato Koné in un giocatore da 60 milioni. È quasi il contrario. Quei due gol hanno semplicemente fatto vedere a tutti qualcosa che a Trigoria avevano già cominciato a capire. Il valore non nasce in una notte. La notte, semmai, lo illumina. 

E c'è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che uno dei giocatori più valorizzati della rosa sia proprio Koné: la Roma lo aveva comprato come investimento importante; oggi potrebbe diventare uno degli uomini attorno ai quali costruire una squadra. Il mercato lo guarda. Roma lo guarda. Gasperini, probabilmente, guarda ancora più avanti. 

Malen e quella telefonata che cambia la storia 

La vicenda di Donyell Malen è ancora diversa. Perché non tutte le scommesse nascono da un piano perfetto. Alcune nascono perché, semplicemente, a un certo punto serve qualcuno. Dybala non era disponibile. Dovbyk aveva problemi fisici. Ferguson pure. La Roma aveva bisogno di un attaccante. Malen era lì. Gasperini lo conosceva. Lo aveva seguito. Ne conosceva qualità e caratteristiche. E così quella che poteva essere una soluzione di emergenza si è trasformata in una delle operazioni più interessanti della nuova Roma. 

Riscatto dall'Aston Villa: circa 25 milioni più 2 di prestito. Valore attuale stimato: 55 milioni. E dopo cinque giornate, sei gol in campionato. Il capocannoniere della Serie A, almeno in quel momento, aveva una maglia giallorossa. Poi Gasperini ha fatto Gasperini. Ha preso quel ragazzo che aveva appena cominciato a segnare e gli ha messo davanti un'altra montagna: trenta gol, il numero di Higuain. Una provocazione? Una scommessa? Un modo per alzare l'asticella? Probabilmente tutte e tre le cose insieme. 

Perché Gasperini ha una caratteristica particolare: non sembra mai completamente soddisfatto del punto in cui sei arrivato. Se ne hai fatti cinque, ti chiede il sesto. Se sei arrivato a 55 milioni, ti fa capire che puoi valere ancora di più. Se sei un ragazzo che doveva andare in prestito, magari ti ritrovi titolare contro l'Inter. È un allenatore che sembra vivere professionalmente con una domanda in testa: “E se questo potesse fare ancora di più?” 

Pisilli, il tesoro che Roma ha deciso di non mettere in vetrina 

Qui la storia si fa intrigante, perché questo ragazzo acqua e sapone rappresenta, forse, la storia più romana di tutte. Stiamo parlando, come avrete letto, di Pisilli. Perché Niccolò non è arrivato da un altro campionato, non è stato scoperto attraverso una rete di osservatori dall'altra parte d'Europa. È cresciuto a Trigoria. È uno di casa. Uno di quelli che quei cancelli sui viali alberati che portano verso lo sprofondo dei confini della Capitale li conosce bene e li ha attraversati centinaia di volte. 

La sua valutazione è salita da circa 15 a 30 milioni e in estate Como e Porto hanno mostrato interesse senza riuscire a convincere la Roma. E qui il discorso cambia. Perché una società può creare valore anche vendendo. Ma può creare valore anche scegliendo di non vendere. È una differenza enorme. 

Se hai un giocatore che vale 30 milioni e lo cedi, trasformi un patrimonio potenziale in denaro immediato. Se lo tieni, stai facendo un'altra scommessa. Stai dicendo che quei 30 possono diventare 40, 50, magari di più. Oppure, ancora più semplicemente, che quei 30 milioni possono diventare gol, partite, punti e una maglia da titolare. È la scommessa più difficile perché non compare nel bilancio di domani. Compare, eventualmente, nella Roma di dopodomani. È come un investimento finanziario: lo stacco della cedola periodica, lo lasci lì a farlo diventare tutta polpa e ad aumentare il valore, perché domani comunque vada hai vinto. 

Wesley, Svilar e gli altri: il fenomeno non è un caso isolato 

Abbiamo visto alcune punte dell’albero di Trigoria. La cosa interessante è che non stiamo parlando soltanto di tre o quattro casi. Perché la macchina del potenziometro qui è davvero a pieni giri. Wesley, arrivato a Roma per circa 25 milioni, è arrivato intorno ai 40 milioni di valutazione. Svilar, arrivato a parametro zero, è oggi nell'ordine dei 35 milioni. Ndicka, anche lui arrivato senza un costo di cartellino, è valutato intorno alla stessa cifra. Mancini si aggira sui 25 milioni. 

E qui il ragionamento diventa quasi economico-filosofico. Perché una squadra forte non è necessariamente quella che possiede i giocatori più costosi. È quella che riesce a far diventare più costosi i propri giocatori. La differenza sembra sottile. Non lo è. Nel primo caso compri valore. Nel secondo lo costruisci. 

La fabbrica di Bergamo è arrivata a Roma 

Gasperini ha già avuto una vita calcistica in cui questo meccanismo è diventato quasi un marchio di fabbrica. A Bergamo sono passati giocatori che, prima di incontrarlo, avevano un certo valore e che dopo qualche stagione ne avevano uno completamente diverso: Gagliardini, Gosens, Romero, Højlund, Koopmeiners, Retegui. Non tutti sono diventati fenomeni nello stesso modo. Non tutti hanno avuto lo stesso percorso. Ma il principio era quello. Prendere un giocatore e aggiungere qualcosa. Una posizione nuova. Una responsabilità nuova. Un compito che non aveva mai svolto. Una fiducia che prima non aveva ricevuto. Un limite da superare. E poi aspettare. Perché la valorizzazione non è un pulsante. È un processo. Gasperini ha fatto come gli agricoltori: pazienza e acqua, sperando che non grandini. 

Ed è proprio per questo che il dato più interessante della Roma non è forse nemmeno quello dei 498 milioni. 

È il fatto che molti giocatori della rosa oggi sembrano avere davanti un valore più alto di quello che avevano quando hanno cominciato questa avventura. Il patrimonio si muove insieme alla squadra. 

Il paradosso del mercato 

Tutto bello? Tutto fin troppo fantastico? Non esattamente. Ed eccoci al punto di svolta. Al paradosso. Una volta il mercato arrivava a Trigoria per chiedere giocatori. Adesso può arrivare per chiedere giocatori che Roma non ha nessuna intenzione di dare. Koné è l'esempio più evidente. Pisilli è un altro. Lulli è quello che fa più sorridere. Perché fino a qualche mese fa il problema era trovare una squadra dove potesse giocare. Adesso il problema potrebbe essere convincere Roma che è il momento giusto per lasciarlo andare. Ma la storia degli ultimi giorni sta raccontando altro. Per fortuna. 

E forse è proprio qui che si misura il valore del lavoro di un allenatore. Non quando ti porta da zero a cento. Ma quando ti fa cambiare la domanda. Prima chiedi: “Quanto vale?” Poi inizi a chiederti: “Quanto potrebbe valere?” E infine arriva la domanda che interessa davvero a una società ambiziosa: “Perché dovremmo venderlo?” 

La scommessa più grande 

In fondo, la vera scommessa di Gasperini non è stata su Koné. Non è stata su Malen. Non è stata su Pisilli. E nemmeno su Lulli. La scommessa è stata sulla possibilità che la Roma potesse diventare un posto nel quale i giocatori aumentano di valore perché aumentano prima di tutto il proprio valore calcistico. È una differenza enorme. Perché i soldi possono comprare un calciatore. Non possono comprargli la fiducia. Non possono comprargli la personalità. Non possono comprargli la capacità di giocare una partita di Serie A senza tremare. Non possono comprare quel momento preciso nel quale un allenatore decide di non mandarti più in prestito. Quello devi guadagnartelo. Lulli lo sta facendo. Malen lo sta facendo. Pisilli lo sta facendo. Koné lo ha già fatto. 

E la Roma, intanto, si ritrova con un patrimonio che cresce mentre cresce anche la classifica. È quasi una piccola rivoluzione. Perché per anni abbiamo raccontato il mercato come una fiera nella quale si compra e si vende. Gasperini sembra volerlo trasformare in un laboratorio. Si entra con un cartellino. Si esce con un calciatore diverso. 

E se il laboratorio funziona, alla fine succede qualcosa di curioso: non hai soltanto una squadra che vale di più. Hai una squadra che, forse, vale di più proprio perché ha cominciato a credere di poter valere di più. Questa è la parte che non entra nelle tabelle. Non la trovi su Transfermarkt. Non ha una quotazione. Eppure, potrebbe essere il patrimonio più importante costruito a Trigoria in questa stagione. 

Perché i 498 milioni sono una fotografia. La vera storia è quello che può esserci nella fotografia tra un anno. 

E allora sì, la Roma corre. Corre per i punti. Corre per le vittorie. Corre per il mercato. Ma soprattutto corre dietro a una scommessa. Quella di un allenatore che sembra avere ancora una vecchia, ostinata convinzione: che il giocatore più prezioso della Roma non sia necessariamente quello che vale di più oggi. Potrebbe essere quello che Gasperini deve ancora finire di scoprire. 

Intanto è cominciato ottobre. I motori tornano a scaldarsi, il campionato riparte e dietro l’angolo c’è la Champions, con il piatto più ricco che potesse arrivare a inizio stagione: il Real Madrid. Ed è forse questo il bello della storia. Perché fino a qualche settimana fa stavamo cercando di capire quanto valesse la nuova Roma. Tra poco, contro il Real, capiremo qualcosa di molto più interessante: quanto è cresciuta davvero. 

E magari, quella sera, qualcuno che oggi vale 8 milioni farà una giocata da 80. Qualcun altro che ne vale 55 ne farà una da 100. Qualcun altro ancora, magari, si presenterà al Bernabéu con un cartellino che non conosciamo ancora. Perché il mercato può dare un prezzo ai giocatori. Ma certe notti sono ancora capaci di cambiarlo. E la Roma, adesso, ha cominciato a correre proprio verso una di quelle notti. 

A metà settembre 2026 il valore della Roma è arrivato a 498 milioni

 


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