Mourinho si prende gioco della Roma. E Totti, dalla tribuna, vede sette minuti di follia
Il Real Madrid ribalta una partita già persa, i cambi giallorossi non incidono e lo Special One infierisce con dichiarazioni al limite dello sberleffo. Sotto gli occhi di Francesco Totti, la Roma dimentica come si gestisce un risultato.
Ci sono sconfitte che bruciano. Altre che fanno arrabbiare. Poi ci sono quelle che diventano quasi umilianti, non tanto per il risultato, quanto per il modo in cui vengono raccontate da chi ha vinto.
Roma-Real Madrid 3-4 appartiene a quest'ultima categoria. Perché dopo aver dominato per ottanta minuti una delle squadre più forti al mondo, dopo essere stata avanti 3-1, la formazione di Gian Piero Gasperini è riuscita nell'impresa al contrario: perdere una partita che sembrava già in cassaforte.
E come se non bastasse, al termine della gara è arrivato José Mourinho. Non per consolare la sua ex squadra, ma per affondare ulteriormente il coltello nella ferita.
Lo Special One ha confezionato una serie di dichiarazioni che, più che un'analisi tattica, sono sembrate una vera e propria presa in giro della Roma.
«Con il 3-1 per tutti la partita era morta, ma morti erano i giocatori della Roma».
Una frase pronunciata con quella sottile ironia che Mourinho conosce meglio di chiunque altro. E poi il riferimento al «povero Hermoso», messo in difficoltà dopo ottanta minuti di battaglia, quasi a voler sottolineare quanto fosse prevedibile il cedimento della difesa giallorossa.
Nel suo ragionamento non è mancato Mancini, descritto come un difensore destinato, per le caratteristiche della marcatura a uomo, a spendere energie e rischiare inevitabilmente il cartellino giallo.
Insomma, povero Hermoso, povero Mancini, povera Roma.
Una narrazione che sembra trasformare i calciatori giallorossi in vittime predestinate di un sistema di gioco troppo dispendioso. E il bersaglio, neppure troppo nascosto, appare proprio Gian Piero Gasperini.
Perché quando Mourinho sostiene che giocare con quell'intensità non sia sostenibile per tutta la partita, non sta soltanto commentando una rimonta. Sta mettendo in discussione, con il sorriso del vincitore, l'impostazione tattica del suo collega.
Il paradosso è che per ottanta minuti quello stesso sistema aveva letteralmente mandato in crisi il Real Madrid. E questo Mourinho lo sa benissimo.
Ma conosce altrettanto bene il peso delle parole. E trasformare una vittoria rocambolesca in una dimostrazione della propria superiorità strategica è una delle sue specialità.
La Roma, però, gli ha servito tutto su un piatto d'argento.
Perché sette minuti di blackout non possono essere giustificati soltanto con la stanchezza. I cambi non hanno dato ciò che serviva, i subentrati sono apparsi incapaci di incidere e soprattutto è mancata quella personalità necessaria per comprendere che una partita, a volte, bisogna semplicemente smettere di giocarla.
Ed è qui che entra in scena, idealmente, Francesco Totti.
Il Capitano ieri sera era allo Stadio Olimpico, tornato a vedere la sua Roma dopo una lunga assenza. E chissà cosa avrà pensato assistendo a quei minuti finali.
Perché una cosa è certa: con un Francesco Totti in campo, sul 3-1 a sette minuti dalla fine, il Real Madrid avrebbe probabilmente visto il pallone con il binocolo.
Totti lo avrebbe nascosto. Avrebbe cercato una punizione, protetto la sfera, rallentato il gioco, portato gli avversari lontano dalla propria area. Avrebbe gestito il tempo e soprattutto avrebbe trasmesso tranquillità ai compagni.
Non è nostalgia fine a se stessa. È la differenza tra avere calciatori capaci di eseguire uno schema e avere uomini capaci di leggere una partita.
Negli ultimi minuti non serviva necessariamente attaccare ancora. Non servivano nuove accelerazioni, né dimostrare di poter segnare il quarto gol al Real Madrid. Serviva semplicemente impedire agli spagnoli di giocare.
E invece la Roma ha continuato a concedere spazio, iniziativa e soprattutto quei calci d'angolo che hanno costruito la rimonta madridista.
I subentrati, proprio quando avrebbero dovuto portare lucidità e nuove energie, non sono riusciti a cambiare l'inerzia della partita. È mancata una voce, una guida, qualcuno che prendesse in mano il pallone e dicesse ai compagni di gestire gli ultimi minuti.
Gasperini ha parlato di una squadra paralizzata sul traguardo. Una fotografia efficace, ma che apre anche una riflessione sulle sue responsabilità. Perché la gestione della partita riguarda i calciatori, certamente, ma anche chi dalla panchina deve leggere il momento e intervenire per modificarlo.
Mourinho, invece, ha scelto di raccontare tutto attraverso la propria superiorità tattica. Ha spiegato di aver saputo aspettare, di aver previsto le difficoltà degli avversari e di aver utilizzato i cambi al momento giusto.
Forse è proprio questo l'aspetto più fastidioso delle sue parole: il tono quasi di chi aveva già scritto il finale della partita, mentre la Roma sembrava non aver capito neppure che la storia stesse cambiando.
Eppure lo Special One dovrebbe ricordare che, senza quei sette minuti di follia, probabilmente oggi parleremmo di una straordinaria lezione di calcio impartita da Gasperini al Real Madrid.
Invece a sorridere è Mourinho. A rispondere con amarezza è Gasperini, che rivendica una superiorità mostrata per gran parte dell'incontro. E a interrogarsi sono i tifosi romanisti, costretti a digerire una delle rimonte più dolorose degli ultimi anni.
Sotto gli occhi di Francesco Totti, simbolo di una Roma che conosceva il valore del talento ma anche quello della malizia, i giallorossi hanno dimostrato di non saper ancora amministrare una grande vittoria.
Ed è forse questa la considerazione più amara.
Mourinho può anche permettersi di prendere in giro la Roma. Il problema è che la Roma, ieri sera, gli ha fornito tutti gli argomenti per farlo.
Perché perdere contro il Real Madrid ci può stare. Dominare per ottanta minuti e buttare tutto negli ultimi sette, decisamente meno.
E forse, per una volta, invece di cercare nuove spiegazioni tattiche, basterebbe riguardare qualche vecchia partita di Francesco Totti.
Per capire che certe vittorie non si conquistano soltanto segnando.
Si conquistano anche facendo in modo che gli avversari non tocchino più il pallone.